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ma che nano ti salta in testa, pensieri sparsi
CAT_IMG Posted on 6/11/2008, 23:47Quote
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Gallonio, vorrei segnalarti di comprare il Manifesto di lunedì prossimo ...te lo ricordo ancora nel w.e.?

^_^


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CAT_IMG Posted on 7/11/2008, 07:26Quote
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...mah..!?

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 15/12/2009, 10:03


CITAZIONE (sarahkerrigan @ 6/11/2008, 23:47)
Gallonio, vorrei segnalarti di comprare il Manifesto di lunedì prossimo ...te lo ricordo ancora nel w.e.?

^_^

ok... ;)

più conosco gli uomini più amo gli animali


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CAT_IMG Posted on 7/11/2008, 19:35Quote
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Costantino Nigra (Villa Castelnuovo, 11 giugno 1828 – Rapallo, 1 luglio 1907) è stato un filologo, poeta e politico italiano.

Infanzia e studi: Nacque l'11 giugno del 1828 presso Villa Castelnuovo - oggi Castelnuovo Nigra in provincia di Torino - da Ludovico Nigra e Anna Caterina Revello. Il padre lavorò come cerusico locale e partecipò dapprima come soldato dell'armata di Napoleone Bonaparte e in seguito ai moti insurrezionali del 1821; la madre Anna Caterina fu la discendente di Gian Bernardo De Rossi, un orientalista molto apprezzato a livello internazionale. Costantino fu molto legato ai suoi genitori e ai suoi fratelli, in particolar modo al fratello minore Michelangelo che a causa di uno spericolato gioco di Costantino perse un occhio in tenera età.

Compì i primi studi a Cuorgnè e in seguito ad Ivrea dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura.

Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio. Già l'anno seguente rientrò a combattere assistendo alla sconfitta di Novara. Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica riuscì a laurearsi in legge nell'università torinese.

Nigra portò all'attenzione degli italiani una nuova forma di poesia, l'epico narrativa.

Vita politica: Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D'Azeglio e in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto.

Due anni dopo, nel 1858, fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l'ipotesi di alleanza siglata a Plombières tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l'Impero austriaco. Svolse un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell'Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861. Divenne in seguito ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885).

Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia.

Fu nominato conte nel 1882 e nel 1890 senatore del Regno d'Italia. Verrà inoltre insignito dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata.

Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche.

Le lettere di Cavour: Nel 1894 Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, ovvero della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all'amante Bianca Ranzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a cavaliere della corona d’Italia.

Avuto il preventivo assenso alla concessione dell' onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano l'epistolario cavouriano.

Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell'atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire gli ultimi mesi di vita e le oscure circostanze della morte del grande statista italiano.



~~~



Premesso ciò, cosa c'entro io con Costantino Nigra? Per il momento nulla, ma non è detto che accetti un singolare invito, al puro scopo di comprendere, tanto per documentarmi più a fondo e in prima persona come fu per le riunioni dell' Opus Dei, continuando però a non c'entrare nulla.
Fino a ieri ignoravo che una persona di mia conoscenza, una volta approfondite reciprocamente alcune convinzioni personali, m'informò di far parte si una loggia massonica, più precisamente di essere Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata a capo Costantino Nigra, fornendomi tanto di numero di tessera personale e d'indirizzo per le riunioni. A pensarci, il luogo degli incontri, militarmente parlando , è estremamente tattico e logico. Comunque, ricordo di essere entrata in contatto con alcuni massoni in quanto sostavano davanti al portone d'entrata chiacchierando cordialmente ...mentre perlavo con la persona che intanto m'illustrava la sua pozione all'interno della loggia, ho cercato di mettere a fuoco diverse immagini memorizzate in quella circostanza: peccato essere ignara di chi avevo attorno e una dei pochi flash riguarda una giacca maschile in principe di Galles e l'espressione dell'anziano che la indossava (l'età media era intorno ai sessanta e più)
Non ho mai assistito a riunioni del genere...fino ad ora ero a conoscenza che mio nonno era appartenuto ad una loggia...fu nominato dal Breve come Militare d' Ordine della Croce d 'Oro e fra i documenti non resta che un papiro d' investitura ed un attestato di benemerenza.

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Orpelli vari^^



L' Ordine Supremo della Santissima Annunziata è la massima onoreficenza di Casa Savoia. La Repubblica Italiana non riconosce quest'Ordine. Tuttavia, trattandosi di un ordine di origine familiare antecedente la costituzione del Regno d'Italia, esso continua ad essere conferito, e, nei manuali dell'araldica europea, è paragonato per importanza all'Ordine della Giarrettiera.

Attualmente (2008) fanno parte dell' Ordine Supremo della Santissima Annunziata: Amedeo di Savoia, Aimone di Savoia, Vittorio Emanuele di Savoia, Emanuele Filiberto di Savoia, l'imperatore Akihito del Giappone, l'arciduca d'Austria Otto d'Asburgo, il principe Maurizio d'Assia, il re di Spagna Juan Carlos I, il re di Bulgaria Simeone II, il cardinale Angelo Sodano, l'ambasciatore Pellegrino Chigi, il re Costantino II di Grecia, il principe Alessandro di Jugoslavia, il granduca Henri del Lussemburgo, il re Michele I di Romania, il marchese Alfredo Solaro del Borgo, il principe Carlo del Württemberg, il re Alberto II del Belgio, il principe Nicola II del Montenegro, il granduca Giorgio di Russia ed il principe Mariano Hugo zu Windisch-Gratz.

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Nastrino da Cavaliere



Origini:
L'Ordine, inizialmente chiamato "Ordine del collare", venne fondato da Amedeo VI di Savoia in occasione del matrimonio della sorella Bianca con Galeazzo II Visconti nel 1362. L'Ordine del collare, il cui scopo era di "indurre unione e fraternità tra i potenti sicché si evitassero le guerre private", era riservato ai nobili più illustri e fedeli e la regola statutaria prevedeva che tutti gli insigniti fossero considerati pari e si chiamassero tra loro "fratelli". Le insegne originarie erano costituite da un collare d'argento dorato con il motto FERT, chiuso da un anello con tre nodi sabaudi. I Milites Collaris Sabaudiae erano in origine limitati a quattordici, sotto la guida di Amedeo VI, primo gran maestro dell'Ordine, per un totale complessivo di quindici membri ad onore delle quindici allegrezze di Maria Vergine. Amedeo VIII di Savoia diede la prima regolamentazione ufficiale dell'Ordine e della sua decorazione, stabilendo che, nel collare, fossero alternati i nodi sabaudi con la scritta FERT e quindici rose, a ricordo della Rosa d'Oro inviata da Urbano V al conte Amedeo VI nel 1364 quando gli conferì le insegne di cavaliere crociato. Carlo Giovanni Amedeo di Savoia diede nuovi statuti all'ordine, che prese il nome di Ordine Supremo della Santissima Annunziata. Inoltre fece inserire nel vano formato dai tre nodi un medaglione con l'immagine dell'Annunziata. Il numero di cavalieri venne aumentato a venti. I primi statuti dell'Ordine, quelli dati da Amedeo VI, sono andati perduti. Quelli tramandati fino ad oggi sono gli statuti modificati da Amedeo VIII di Savoia nel 1429. In seguito, Emanuele Filiberto aggiunse che l'ammissione all'Ordine era subordinata alla dimostrazione di quattro quarti della propria nobiltà da almeno cinque generazioni.

Vittorio Amedeo II secolarizzò l'Ordine. Nel 1869 Vittorio Emanuele II stabilì che l'investitura all'Ordine potesse avvenire anche senza origini nobili, purché per altissimi meriti resi allo stato o alla corona. Al momento dell'investitura, il nuovo insignito si sceglieva il collare fra quelli disponibili, fermo restando l'obbligo, al momento della morte, di testamentarne per gli eredi la restituzione alla Casa di Savoia. Gli insigniti sono esentati dal pagamento di tasse e imposte, sono "cugini del re" (al quale possono dare del "tu"), hanno il titolo di "eccellenza", la precedenza protocollare davanti a tutte le cariche dello stato, il diritto agli onori militari e diventano ipso facto gran croci dell'Ordine della Corona d'Italia e dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.


Le insegne: Le attuali insegne dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata sono costituite da una grande collana (denominata "gran collare") in oro, formata da quattordici maglie alte 3 centimetri, dentro ognuna delle quali ci sono le ultime due e le prime due lettere del moto FERT serrate da un nodo sabaudo, chiuso e smaltato di bianco e di rosso. Le maglie sono fra loro separate da quattordici rose d'oro, alternativamente smaltate sette di bianco e sette di rosso. Dal collare, al centro, scende un pendente in oro pieno, del diametro di 4,2 centimetri e sospeso da tre catenelle, racchiuso da tre nodi sabaudi e con, ne mezzo, l'immagine della Santissima Annunziata ornata con smalti bianchi, rossi e blu. Il gran collare può essere indossato solo dai cavalieri italiani e solo in alcune determinate occasioni dell'anno (ad esempio, il giorno della Festa dello Statuto Albertino o il giorno di Natale).

Il "piccolo collare", invece, è una versione più piccola del gran collare, può essere indossato sia dai cavalieri italiani che da quelli stranieri e si può utilizzare in tutti i giorni dell'anno.

La placca dell'Ordine è circolare, con raggi d'oro sul bordo, recante al centro l'immagine della santissima Annunziata.

Il nastro dell'Ordine è rosso.

Significato simbolico: Il collare, simbolicamente, ha il duplice significato di vincolo di fedeltà e di dominio. In questo simbolo è evidente come Amedeo VI di Savoia volesse tenere uniti i suoi migliori cavalieri attraverso un patto di fratellanza, ma nello stesso tempo all'esclusivo suo servizio.

I nodi sabaudi, in origine, erano anche denominati "nodi del Signore", "lacci di Salomone" o "nodi d'amore". A proposito di quest'ultima definizione, Luigi Cibrario accampa l'ipotesi che il simbolo adottato da Amedeo VI derivasse da un dono ricevuto da una misteriosa dama, consistente in un bracciale formato da una ciocca di capelli intrecciata. Questa teoria è anche rafforzata dal colore verde dell'abito del conte, che nel medioevo era considerato il colore di Venere.

Ancora più controverso è il significato dell'acronimo "FERT", aggiunto sul collare nel 1409 da Amedeo VIII. Tra tutte le ipotesi, la più probabile è che sottintenda la frase "Foedere et religione tenemur", alludendo al patto cavalleresco ed al profondo legame religioso dell'ordine. È possibile, però, che l'acronimo derivi dal verbo ferre, cioè portare o sopportare, riferito alla devozione verso la Vergine Maria o alle pene da "sopportare" per la devozione mariana. Suggestiva è anche l'ipotesi che FERT non sia altro che la contrazione di ferté, dall'arcaico forteresse o fermeté.[3]

La forte connotazione mariana dell'Ordine divenne palese nel 1518 per opera di Carlo III, detto il Buono, che arricchì il collare del pendaglio raffigurante l'Annunciazione e mutò il nome da Ordine del collare a Ordine Supremo della santissima Annunziata.

Elenco dei cavalieri della santissima Annunziata

Creati da Vittorio Emanuele II:

Nel 1849: Luigi Napoleone Bonaparte (poi s.m. Napoleone III), s.m. Francesco, re di Spagna, s.m. Ferdinando II, re del Portogallo.
Nel 1850: s.a.r. Giovanni Nepomuceno (poi s.m. Giovanni, re di Sassonia), s.a.r. Federico Augusto Alberto di Sassonia (poi s.m. Alberto, re di Sassonia), s.a.r. Federico di Prussia (poi Federico III, imperatore di Germania e re di Prussia), Carlo Maffei, conte di Boglio, generale, Comandante la Guardia nazionale, gran maestro d’Artiglieria, senatore del Regno, s.a.r. Federico Guglielmo, principe reale di Prussia (poi s.m. Guglielmo I, re di Prussia poi imperatore di Germania), Carlo Giuseppe Beraudo, conte di Pralormo, ministro plenipotenziario, primo segretario di stato per gli affari interni, ministro di stato, senatore, marchese Pietro Vivaldi Pasqua, duca di San Giovanni, generale, prefetto di palazzo, Angelo Michele Crotti, dei conti di Costigliole, luogotente generale, aiutante di campo di sua maestà.
Nel 1853: Carlo Ferrero, principe di Masserano, marchese della Marmora, luogotenente Generale, aiutante di campo di sua maestà, Roberto di Saluzzo, conte di Monesiglio, luogotente generale, governatore di Nizza.
Nel 1855: Giuseppe Sanjust dei conti di San Lorenzo, maggior generale, cavaliere d’onore di s.m. Maria Teresa di Toscana, regina di Sardegna, s.a.r. Leopoldo principe reale del Belgio (poi s.m. Leopoldo II, re del Belgio), Pietro V, re del Portogallo, s.a.r. Luigi, principe ereditario di Portogallo, duca di Oporto (poi s.m. Luigi I, re di Portogallo), s.a.i. Napoleone, Carlo Paolo, s.a.i. Gerolamo Napoleone
Nel 1856: Camillo Benso, dei Marchesi di Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli affari esteri
Nel 1857: Michele, granduca di Russia, s.a.i. Costantino, granduca di Russia.
Nel 1858: Ettore de Gerbaix dei conti di Sonnaz, generale di corpo d’armata, ministro della guerra, senatore del Regno, Cesare Alfieri, marchese di Sostegno, presidente del Senato del Regno, Alfonso Ferrero, dei marchesi della Marmora, Generale (poi presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli affari esteri e luogotenente del re).
Nel 1859: s.a.r. Umberto di Savoia, principe di Piemonte (poi s.m. Umberto I, re d’Italia), s.a.i. Napoleone Giuseppe, principe imperiale di Francia, s.a.i. Nicola, granduca ereditario di Russia, s.a.r. Alberto Edoardo, principe di Gran Bretagna e Irlanda, principe di Galles (poi s.m. Edoardo VII, re del Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda, imperatore delle Indie), conte Giovanni Battista Filiberto Vaillant, maresciallo di Francia e senatore dell’Impero francese, ministro della guerra, Enrico Morozzo dei marchesi della Rocca, generale di corpo d’armata, primo aiutante di campo di s.m., senatore del Regno, conte Alessandro Colonna Walewski, ministro degli affari esteri (poi ministro dei stato e presidente della Camera dei deputati), senatore dell’Impero francese, conte Achille Baraguey-d'Hilliers, maresciallo di Francia, senatore dell’Impero francese, François Certain de Canrobert, maresciallo di Francia, senatore dell’Impero francese, conte Augusto Michele Regnaud di Saint-Jean d’Angely, maresciallo di Francia, senatore dell’Impero francese, Edmondo Maurizio De Mac-Mahon, duca di Magenta, maresciallo di Francia, Adolfo Niel, maresciallo di Francia, ministro della guerra, principe Alessandro Gortshakoff, ministro degli affari esteri e cancelliere dell’imperatore di Russia, conte Jacques Louis Randon, maresciallo di Francia, capo dello stato maggiore francese.
Nel 1860: barone Bettino Ricasoli, governatore generale della Toscana (poi presidente del Consiglio), Luigi Carlo Farini, governatore dell’Emilia, ministro segretario di Stato per gli affari interni, Ruggero Settimo, dei principi di Fitalia, presidente del Senato del Regno, marchese Giorgio Pallavicino-Trivulzio, prefetto di Palermo, senatore del Regno, Salvatore Pes, marchese di Villamarina, ambasciatore del Regno.
Nel 1861: s.m. Carlo XV, re di Svezia e Norvegia, s.m. Federico VII, re di Danimarca, s.m. Abdul-Aziz-Khan, imperatore di Turchia.
Nel 1862: s.a.r. Oscar Federico, principe reale di Svezia, duca d’Ostrogozia (poi s.m. Oscar II, re di Svezia e di Norvegia), s.a.r. Amedeo di Savoia, duca d’Aosta (poi s.m. Amedeo I, re di Spagna), Andrea Chavaz, arcivescovo di Genova, Giuseppe Severo Mendosa Rolim de Moura Barreto, marchese di Loulé, conte di Val de Reis, gran scudiero del re di Portogallo, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri, Luigi Antonio d’Abreu e Lima, visconte di Carreira, consigliere del re di Portogallo, maresciallo di campo, ministro degli affari esteri, s.a.r. Augusto, principe di Portogallo, duca di Coimbra, Giovanni Carlo Saldanha Oliveira e Daun, duca di Saldanha, maresciallo, primo aiutante di campo e gran maestro della Casa del re di Portogallo.
Nel 1863: s.m.i. Nasser-Ed Din, scià di Persia, Muscir Mohammed-Es-Sadok, bey di Tunisi.
Nel 1864: marchese Gino Capponi, senatore del Regno, s.m. Cristiano IX di Danimarca, s.a. Federico Guglielmo Luigi di Baden, granduca di Baden.
Nel 1865: s.m.i. Massimiliano, Arciduca d’Austria, Imperatore del Messico, s.a.i. Alessandro, granduca ereditario di Russia (poi s.m.i. Alessandro III, imperatore di Russia).
Nel 1866: conte Luigi Federico Menabrea, marchese di Valdora, luogotenente generale, Primo Aiutante di campo di s.m., presidente del consiglio, ambasciatore, senatore del Regno.
Nel 1867: Enrico Cialdini, duca di Gaeta, generale d’armata, ambasciatore, senatore del Regno, Giuseppe Rossi, generale d’armata, primo aiutante di campo di s.m., senatore del Regno, Pietro Paleocapa, ministro di stato, senatore del Regno, s.a.r. Federico Carlo, principe reale di Prussia, conte (poi principe) Ottone di Bismarck Schoenhausen, cancelliere dell’Impero di Germania, Ismail Pacha, kedivè d’Egitto, Urbano Rattazzi, presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell’interno, s.m. Giorgio I, re di Grecia.
Nel 1868: Alessandro Ricardi di Netro, arcivescovo di Torino, conte Gabrio Casati, presidente del Senato del Regno, Luigi des Ambrois, dei signori di Nevache, ministro di Stato, presidente del Consiglio di Stato, Federico Sclopis, conte di Salerano, presidente del Senato del Regno e della Regia accademia delle scienze di Torino, ministro di Stato, Vincenzo Fardella, marchese di Torrearsa, presidente del Senato del Regno, Roberto di Sauget, generale d’armata, senatore del Regno, s.a.i. Alessio granduca di Russia, Giovanni Durando, aiutante di campo di s.m., senatore del Regno.
Nel 1869: s.a. Giorgio II, duca di Sassonia-Meiningen e Hildbourghausen, conte Luigi Cibrario, vice presidente del Senato del Regno, ministro di Stato, primo segretario dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, s.a.i. Vladimiro, granduca di Russia, s.m.i. Francesco Giuseppe I, Imperatore d’Austria, re d’Ungheria e Boemia, s.m. Luigi II, re di Baviera, conte Francesco Arese, ministro di stato, vice presidente del Senato del Regno, conte Francesco de Beust, ministro degli Affari Esteri e della casa dell’Imperatore, cancelliere dell’Impero austro-ungarico.
Nel 1870: s.a.r. Federico Francesco II, granduca di Mecklemburgo-Schwerin, Giovanni Lanza, presidente del Consiglio dei ministri e ministro segretario di stato per gli Affari interni, Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, senatore del Regno, Manuele Ruiz Zorrilla, presidente delle Cortes di Spagna, Francisco Serrano y Dominquez, duca della Torre, reggente del Regno di Spagna, Giovanni Prim, conte di Reus, marchese di Castillejos, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della guerra del Regno di Spagna.
Nel 1871: Bernardo di Sà Nogueira, marchese de Sà de Bandeira, ministro degli affari esteri del Regno di Portogallo.
Nel 1872: s.a.i. Youssouf Izzedin Effendi, principe di Turchia, s.a.r. Mehemed-Tewfik (poi Kedivè d’Egitto), s.a.r. Tommaso Alberto di Savoia, duca di Genova.
Nel 1873: Hadji Mirza Hussein, Khan già Gran Visir, ministro degli affari esteri dello scià di Persia, s.a.i.r. Ludovico Vittorio, arciduca d’Austria, s.a.i.r. Carlo Ludovico, arciduca d’Austria, s.a.i.r. Alberto, arciduca d’Austria, maresciallo, ispettore generale dell’esercito Austro-Ungarico, s.a.i.r. Sigismondo, arciduca d’Austria, s.a.i.r. Ranieri, arciduca d’Austria, s.a.i.r. Guglielmo, principe reale di Prussia (poi s.m.i. Guglielmo II, imperatore di Germania e re di Prussia), Helmuth conte Moltke, maresciallo generale dell’esercito germanico, Gyula Andrássy di Csik-Szent Kiraly e Craszakorka, ministro della casa dell’Imperatore d’Austria, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Affari Esteri, Cancelliere dell’Impero, s.a.r. Carlo, principe ereditario di Portogallo, duca di Braganza (poi s.m. Carlo I, re di Portogallo).
Nel 1874: principe Costantino di Hohenlohe Schillingfurst, Consigliere intimo, Ciambellano, Primo gran maestro della Casa dell’Imperatore d’Austria, Marco Minghetti, presidente del Consiglio dei ministri e ministro delle Finanze.
Nel 1875: conte Alessandro Adelsberg, Aiutante di campo generale dell’Imperatore di Russia, s.a.i. Nicolò, granduca di Russia, s.a.r. Alberto Guglielmo Enrico, principe reale di Prussia, barone Edwin Giovanni Carlo Manteuffel, maresciallo generale dell’Esercito germanico, Raffaele De Ferrari, principe di Lucedio, duca di Galliera, senatore del Regno.
Nel 1876: Antonio Maria Fontes Perreira de Mello, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della Guerra del re di Portogallo, s.a.r. Cristiano Federico, principe ereditario di Danimarca (poi s.m. Federico VIII, re di Danimarca).

Creati da Umberto I:

Nel 1878: s.m. Alfonso XII, re di Spagna, Agostino Depretis, presidente del Consiglio dei ministri, ministro segretario di stato per gli affari interni, Sebastiano Tecchio, ministro segretario di stato di grazia e giustizia (poi presidente del Senato del Regno), s.m. Carlo I, re di Romania.
Nel 1879: s.a.r. Oscar Gustavo Adolfo, principe reale di Svezia e Norvegia (poi s.m. Gustavo V, re di Svezia), s.m.i. Motsuhito, Imperatore del Giappone.
Nel 1880: conte Edoardo di Launay, ambasciatore.
Nel 1881: s.a.i. Sergio, granduca di Russia, s.a.i. Paolo, granduca di Russia, s.a.i.R. Rodolfo, Arciduca ereditario d'Austria, s.a.i.R. Giovanni Napomuceno Salvatore, Arciduca d’Austria, s.m.i. Abdul-Hamid-Khan, Imperatore di Turchia.
Nel 1882: s.m. Carlo I, re di Wurttemberg, s.a.i. Takehito Arisugawa, principe del Giappone.
Nel 1883: s.m. Gugliemo III, re dei Paesi Bassi, s.a.r. Luitpoldo, principe reale di Baviera, s.a.r. Luigi Ferdinando, principe reale di Baviera, s.a.r. Alfonso Maria, principe reale di Baviera, principe Vladimiro Dolgorouki, Governatore generale di Mosca, s.a.r. Francesco Arnolfo, principe reale di Baviera, s.a.i. Nicola di Russia, granduca ereditario (poi s.m.i. Nicola II, Imperatore di Russia).
Nel 1885: s.a.r. Alberto Vittorio Edoardo, principe di Gran Bretagna e Irlanda, duca di Clarence e Avondale, s.a.r. Carlo Alessandro, granduca di Sassonia-Weimar.
Nel 1887: s.a.r. Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli, principe reale ereditario (poi s.m. Vittorio Emanuele III, re d’Italia), Giacomo Durando, Ambasciatore, presidente del Senato del regno, Benedetto Cairoli (già presidente del Consiglio), conte Giuseppe Pianell, Tenente Generale, senatore del Regno, Luigi Nazari di Calabiana, arcivescovo di Milano, senatore del Regno, s.a.r. Alfredo Ernesto Alberto, principe di Gran Bretagna e Irlanda, duca di Edimburgo.
Nel 1888: Francesco Crispi, presidente del Consiglio dei ministri, ministro segretario di stato per gli Affari Interni e ad Interim degli Affari Esteri, conte Gustavo Kalnoki de Koros-Patak, Generale di cavalleria, ministro della Casa dell'Imperatore d’Austria, presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Affari Esteri.
Nel 1889: s.a.r. Gioachino Carlo, principe reale di Prussia, s.a.r. Federico, principe reale di Prussia, reggente del ducato di Brunswick, s.a.r. Costantino, principe reale di Grecia, duca di Sparta (poi s.m. Costantino I, re di Grecia).
Nel 1890: s.a.r. Emanuele Filiberto di Savoia, duca d’Aosta, Enrico Cosenz, Tenente Generale, Capo dell’Esercito di s.m., senatore del Regno, s.a.i. Giorgio, granduca di Russia, s.a.i. Nicola, granduca di Russia, conte Leone Caprivi, Generale dell’Esercito germanico, ministro di stato del Regno di Prussia, ministro degli Affari Esteri, Cancelliere dell’Impero di Germania.
Nel 1891: s.a.i.R. Francesco Ferdinando, Arciduca d’Austria, s.a.r. Valdemaro, principe di Danimarca, s.m. Somdeth Phra Paramindr Maha Chulalongkorn, re del Siam.
Nel 1892: s.a.r. Vittorio Emanuele di Savoia, conte di Torino, s.a.r. Giorgio Federico Alberto, principe di Gran Bretagna e Irlanda, principe di Galles, duca di Cornovaglia e di York (poi s.m. Giorgio V, re di Gran Bretagna e Irlanda, Imperatore delle Indie), Domenico Farini, presidente del Senato del Regno, conte Costantino Nigra, Ambasciatore, senatore del regno, Cesare Ricotti-Magnani, Generale di Corpo d’Armata, senatore del Regno.
Nel 1893: s.a.r. Ferdinando, principe di Romania (poi s.m. Ferdinando I, re di Romania), s.a.r. Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, s.a.r. Giorgio, principe di Grecia, s.a.r. Nicola Petrovic Niegos, principe regnante del Montenegro (poi s.m. Nicola I, re del Montenegro), s.a.r. Alfonso, principe del Portogallo, s.m. Guglielmo II, re del Wurttemberg.
Nel 1894: s.a. Federico Francesco III, granduca di Mecklemburgo-Schwerin.
Nel 1895: Giuseppe Biancheri, ministro della Marina, poi presidente della Camera dei Deputati, Primo segretario dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, s.a.i. Akihito Komatsu, maresciallo e capo di stato maggiore giapponese, conte Raffaele Cadorna, Tenente Generale, senatore del Regno.
Nel 1896: s.a.i. Federico Gugliemo, principe Imperiale di Germania e principe reale di Prussia, s.a.i. principe Vittorio Napoleone, Antonio Starabba, marchese di Rudinì, presidente del Consiglio dei ministri, ministro segretario di stato per gli Affari Interni, s.m. Alessandro I, re di Serbia.
Nel 1897: Clodoveo, principe di Hohenlohe, di Ratibor e Corvey, Cancelliere dell’Impero Germanico, presidente del Ministero di stato di Prussia, s.a.r. Sommot, principe del Siam, s.a.r. Ferdinando, principe di Bulgaria (poi s.m. Ferdinando I, re dei Bulgari), s.a. Ernesto Luigi, granduca d’Assia, s.a.r. Luigi, principe reale di Baviera, principe ereditario (poi s.m. Luigi III, re di Baviera), s.a.r. Leopoldo, principe reale di Baviera, s.a.r. Federico di Baden, granduca ereditario (poi s.m. Federico II, granduca di Baden), conte Agenore Golochiwski de Goluckowo, presidente del Consiglio Comune dei ministri di Austria e Ungheria,
Nel 1898: s.a.i.R. Ottone, Arciduca d’Austria.
Nel 1900: Giuseppe Saracco, presidente del Senato del Regno, s.a.i. Yoshihito, principe ereditario del Giappone (poi s.m.i. Yoshihito, Imperatore del Giappone), s.a.i. Yoshihito Kan-In, principe del Giappone.

Creati da Vittorio Emanuele III:

Nel 1900: s.a.i. Pietro, granduca di Russia, s.a.r. Danilo, principe del Montenegro (poi s.m. Danilo II, re del Montenegro), s.m. Alfonso XIII, re di Spagna.
Nel 1901: s.a.i. Michele, granduca ereditario di Russia, s.a.r. Maha Vajiravudh Phra, principe ereditario del Siam (poi s.m. Maha Vajiravudh Phra-Rama VI, re del Siam), Émile Loubet, presidente della Repubblica Francese, s.a.r. Mirko, principe del Montenegro, Giuseppe Zanardelli, presidente del Consiglio dei ministri, Alessandro Asinari dei Marchesi di San Marzano, Generale di Corpo d’Armata, ministro della Guerra, senatore del Regno, Primo segretario dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, marchese Emilio Visconti Venosta, Ambasciatore, ministro segretario di stato per gli Affari Esteri, senatore del Regno.
Nel 1902: Principe Ito Hirobumi, Primo presidente del Consiglio dei ministri dell’Impero del Giappone, s.m.i. Mouzaffer-Ed-Din, Scià di Persia, Mirza Aly Asgher, Gran Visir dell’Impero di Persia, s.a.i. Giorgio, granduca di Russia, s.a.i. principe Luigi Napoleone, s.a. Giorgio principe Romanowsky, duca di Leuchtenberg, s.a.i. Costantino, granduca di Russia, s.a. Federico Augusto, granduca d’Oldenburgo, s.a.i. Alessandro, granduca di Russia, s.a.i. Dimitri, granduca di Russia, s.a.r. Eitel, principe reale di Prussia, s.a.r. Adalberto, principe reale di Prussia, principe Bernardo di Bulow, Cancelliere dell’Impero di Germania, Ambasciatore, s.a.r. Federico Enrico Alberto, principe reale di Prussia (poi reggente del ducato di Brunswich).
Nel 1903: marchese Carlo Mezzacapo, Tenente Generale, Vice presidente del Senato del Regno, s.a. Ernesto Federico, duca di Sassonia-Altenburgo, s.a.r. Arthur, principe di Gran Bretagna e Irlanda, duca di Connaught.
Nel 1904: Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, ministro segretario di stato per gli Affari Interni, Giuseppe de Gerbaix dei Conti di Sonnaz, Tenente generale, Aiutante di Campo di s.m. senatore del Regno, Giuseppe Tornielli Brusati, conte di Vergano, Ambasciatore, senatore del Regno, s.m. Pietro I, re di Serbia, s.a.s. Francesco Giuseppe, principe di Battenberg, s.a.r. Ferdinando di Savoia, principe di Udine (poi duca di Genova), s.a.r. Arturo Federico, principe di Gran Bretagna e Irlanda, Gaspare Finali, presidente della Corte dei Conti, senatore del Regno.
Nel 1905: s.a.r. Gustavo Adolfo, principe reale di Svezia e Norvegia, duca di Scanie (poi s.m. Gustavo VI Adolfo, re di Svezia), s.a.i. Takehito Arisugawa, principe del Giappone, Genova Thaon di Revel, dei Conti di Pralungo, Generale di Corpo d’Armata, Primo Aiutante di Campo di s.m., senatore del Regno.
Nel 1907: s.a.r. Nicola, principe di Grecia, s.a.r. Andrea, principe di Grecia.
Nel 1908: s.m. Emanuele II, re di Portogallo.
Nel 1909: Giuseppe Manfredi, presidente del Senato del Regno, Giuseppe Marcora, presidente della Camera dei Deputati, s.a.i. Kuni Kuniyoshi, principe del Giappone, principe Tch’onen, reggente dell’Impero Cinese, s.m. Haakon VII, re di Norvegia, Armand Fallieres, presidente della Repubblica Francese, s.a.i. Morisama Nashimoto, principe del Giappone, barone Vladimiro Freedericksz, Membro del Consiglio dell’Impero, ministro della Casa e degli Appannaggi, Generale, Aiutante di Campo dell’Imperatore di Russia, s.a.i. Alessio, granduca ereditario di Russia.
Nel 1910: Pasquale Villari, senatore del Regno, s.a.r. Cristiano principe ereditario di Danimarca (poi s.m. Cristiano X, re di Danimarca), s.a.i. Hiro-Yasu Fushimi, principe del Giappone, Tebaldo Bethmann Hollweg, Cancelliere dell’Impero di Germania, s.a.s. Alberto, principe di Monaco, s.a.i. Sadanaru Fushimi, principe del Giappone, s.m. Alberto I, re dei Belgi, s.a.r. Pietro, principe del Montenegro, conte Luigi Lexa, barone d'Aehrenthal, ministro della Casa dell’Imperatore d’Austria e degli Affari Esteri, presidente del Consiglio Comune dei ministri di Austria e Ungheria.
Nel 1911: s.a.r. Boris, principe ereditario di Bulgaria (poi s.m. Boris III, re dei Bulgari), s.a.r. Alessandro, principe ereditario di Serbia (poi s.m. Alessandro I, re di Jugoslavia), s.a.i. Boris, granduca di Prussia, s.a.r. Somdet Chao Phra, principe del Siam, s.a. Giovanni, principe di Russia.
Nel 1912: s.a.r. Augusto Guglielmo, principe reale di Prussia, marchese Antonino di S.Giuliano, Paternò Castello, ministro degli Affari Esteri, senatore del regno, conte Paolo Spingardi, Tenente Generale, ministro della Guerra, senatore del Regno, conte Pasquale Leonardi Cattolica, Vice Ammiraglio, ministro della Marina, senatore del regno, conte Leopoldo Berchtold de Ungarschitz, ministro della Casa dell’Imperatore d’Austria e degli Affari Esteri, presidente del Consiglio Comune dei ministri d’Austria e d’Ungheria, s.a. Alessandro principe Romanosky, duca di Leuchtenberg.
Nel 1913: s.a.r. Carlo, principe di Romania (poi s.m. Carlo II, re di Romania), s.a.r. Carlo Guglielmo, principe di Svezia, duca di Sudermania, s.a.r. Oscar Carlo Guglielmo, principe di Svezia, duca di Vastergotland, s.a.r. Eugenio, principe di Svezia, duca di Nerica, s.a. Guglielmo, principe di Hoenzollern-Sigmaringen.
Nel 1914: Giuseppe Avarna, duca di Gualtieri, Ambasciatore, senatore del Regno, Antonio Salandra, presidente del Consiglio dei ministri, ministro segretario di stato per gli Affari Interni.
Nel 1915: s.a.r. Edoardo Alberto, principe di Gran Bretagna e Irlanda, principe di Galles (poi s.m. Edoardo VIII, re di Gran Bretagna e Irlanda, Imperatore delle Indie), Raymond Poincaré, presidente della Repubblica Francese, Paolo Boselli, ministro della P.I., delle Finanze, del Tesoro, dell’Agricoltura (poi presidente del Consiglio dei ministri), Primo segretario dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Nel 1916: s.a.i. Hirohito, principe ereditario del Giappone (poi s.m.i. Hirohito, Imperatore del Giappone), s.a.r. Filiberto di Savoia, duca di Pistoia (poi duca di Genova).
Nel 1917: s.a.r. Federico, principe ereditario di Danimarca (poi s.m. Federico IX, re di Danimarca).
Nel 1918: s.m. Alessandro, re di Grecia.
Nel 1919: s.a.r. Adalberto di Savoia, duca di Bergamo, s.a.r. Amedeo di Savoia, duca delle Puglie (poi duca d’Aosta), s.a.r. Leopoldo, principe reale del Belgio, duca di Brabante (poi s.m. Leopoldo III, re dei Belgi), Armando Diaz, Generale dell’Esercito, senatore del Regno (poi maresciallo d’Italia, duca della vittoria), Paolo dei Marchesi Thaon di Revel, ministro della Marina, senatore del Regno (poi duca e Grande Ammiraglio, Primo segretario dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro).
Nel 1920: s.m.i. Ahmed Kadjar, Scià di Persia, Paul Deschanel, presidente della Repubblica Francese, Nobile Carlo Sforza, ministro degli Affari Esteri, senatore del Regno, Ivanoe Bonomi, ministro della Guerra (poi presidente del Consiglio dei ministri).
Nel 1921: s.a.r. Aimone di Savoia, duca di Spoleto (poi duca d’Aosta).
Nel 1922: s.m. re Fuad I, re d’Egitto, Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio dei ministri, s.a.r. Knud, principe di Danimarca, s.a.r. Carlo, principe del Belgio, conte di Fiandra, s.a.r. Umberto di Savoia, principe di Piemonte, principe reale ereditario (poi s.m. Umberto II, re d’Italia).
Nel 1923: on. Tommaso Tittoni, presidente del Senato del Regno.
Nel 1924: on. Benito Mussolini, presidente del Consiglio dei ministri e ministro segretario di stato per gli Affari Interni e ad Interim per gli Affari Esteri, s.a.r. Don Alfonso Infante di Spagna, principe delle Asturie, s.a.r. Ferdinando, principe reale di Baviera, Infante di Spagna.
Nel 1925: s.a. Mohamed Hassan Mirza, principe di Persia.
Nel 1927: s.m. Prajadhipok, re del Siam, s.a.r. Eugenio di Savoia, duca di Ancona (poi duca di Genova).
Nel 1928: s.m. Aman Ullah, re dell’Afghanistan, s.a.r. Corrado, principe reale di Baviera, s.a.r. Filippo, Langravio d’Assia, Carlo Calvi, conte di Bergolo, s.m. Hailé Selassié, Imperatore d’Etiopia, s.m. Zog I, re d’Albania.
Nel 1929: Pietro Badoglio, marchese del Sabotino, maresciallo d’Italia, senatore del Regno, conte Guglielmo Pecori Giraldi, maresciallo d’Italia, ministro di stato, senatore del Regno, Gaetano Giardino, maresciallo d’Italia, ministro di Stato, senatore del Regno, Enrico Caviglia, maresciallo d’Italia, senatore del Regno.
Nel 1930: s.a.r. Cirillo, principe di Bulgaria, Pietro Maffi, cardinale arcivescovo di Pisa, Pietro Gasparri, cardinale segretario di Stato di s.s. Pio XI, s.a.s. Nicolas Horthy di Nagybania, reggente del Regno di Ungheria, s.a.i. Nobuhito Takamatsu, principe del Giappone.
Nel 1932: Eugenio Pacelli, cardinale segretario di stato di s.s. Pio XI (poi s.s. Pio XII, Sommo Pontefice), marchese Guglielmo Imperiali, dei Principi di Francavilla, Ambasciatore, senatore del regno, Luigi Federzoni, presidente del Senato del Regno, Giovanni Giuriati, presidente della Camera dei Deputati.
Nel 1933: s.a.r. Faruk, principe ereditario d’Egitto (poi s.m. Faruk, re d’Egitto).
Nel 1935: s.m. Giorgio II, re di Grecia.
Nel 1937: s.a.r. Paolo, principe di Jugoslavia, presidente del Consiglio di reggenza, Costanzo Ciano, conte di Cortellazzo, Ammiraglio, presidente della Camera dei Deputati, Emilio De Bono, maresciallo d’Italia, ministro di Stato, senatore del Regno.
Nel 1938: s.a.i. Jasuhito Chichibu, principe del Giappone.
Nel 1939: s.a.r. Luigi, principe di Borbone Parma, s.m.i. Reza Pahlavi, Imperatore dell’Iran, Joachim von Ribbentrop, ministro degli Affari Esteri di Germania, Galeazzo Ciano, conte di Cortellazzo, ministro degli Affari Esteri, Luigi Maglione, cardinale segretario di stato di s.s. Pio XII.
Nel 1940: Hermann Goering, presidente del Consiglio di Prussia, maresciallo dell’Aviazione germanica, Francisco Franco, capo dello stato spagnolo.
Nel 1941: s.m. Michele I, re di Romania.
Nel 1943: Dino Grandi, conte di Mordano, presidente della Camera delle corporazioni.

Creati da Umberto II:

Nel 1946: s.a. em.ma Fra’ Ludovico Chigi Albani della Rovere, LXXVI principe e gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, s.a.s. Engelberto Maria d'Arenberg, duca di Arenberg, s.a.r. Juan, Conte di Barcellona.
Nel 1948: s.a.r. Henry di Borbone Orleans, conte di Parigi, s.m. Paolo I, re di Grecia, s.a.r. Ruperto di Baviera, principe reale di Baviera, s.a.r. Ferdinando Pio di Borbone Due Sicilie, duca di Calabria.
Nel 1949: s.a.r. Maurizio, principe d’Assia, s.m. Pietro II, re di Jugoslavia, s.a.s. Federico Vittorio di Hohenzollern Sigmaringen, principe di Hoenzollern.
Nel 1953: s.a.i.r. Otto d’Asburgo, Arciduca d'Austria, s.a.i.r. Roberto, Arciduca d’Austria, s.a.r. Duarte di Braganza, duca di Braganza.
Nel 1955: s.a.r. Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli, s.a.r. Alessandro, principe di Jugoslavia, s.m. Simeone II, re dei Bulgari.
Nel 1960: s.a.r. Filippo, duca di Württemberg, s.m. Baldovino I, re dei Belgi.
Nel 1961: s.a.r. Amedeo di Savoia, duca d’Aosta.
Nel 1964: s.m. Costantino II, re di Grecia.
Nel 1969: s.e. nob. Falcone Lucifero dei Marchesi di Aprigliano.
Nel 1974: s.a. em.ma Fra’ Angelo Mojana di Cologna, LXXVII principe e gran maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta.
Nel 1975: s.e. Vittorio Cini, senatore del Regno, s.a.r. principe Carlo, duca del Württemberg.
Nel 1976: s.m.i. Reza Pahlavi, Scià di Persia, s.a.i. Vladimiro, granduca di Russia.
Nel 1977: s.a.r. principe Ferdinando di Borbone Due Sicilie, duca di Castro.
Nel 1978: s.m. Juan Carlos I, re di Spagna, s.a.r. principe Jean, granduca del Lussemburgo.

Nel 1982: s.a.r. Aimone di Savoia, duca delle Puglie, s.e. marchese Alfredo Solaro del Borgo, già gentiluomo di s.m. la regina, s.e. Umberto Provana, conte di Collegno, gentiluomo di Palazzo di s.m. la regina Elena, segretario di s.m. Umberto II per gli Ordini Cavallereschi, Cancelliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, s.e. marchese Giovanni di Giura, marchese di Battifarano e della Polla, segretario di s.m. re Umberto II per l’Araldica, s.e. Don Annibale Brivio-Sforza, marchese di S.Maria in Prato, gentiluomo di corte di s.m. la Regina.

Nel 1983: s.e. prof. Giuseppe Ugo Papi, presidente della Consulta dei Senatori del Regno, Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia, Membro dell’Accademia dei Lincei, s.e. prof. Ettore Paratore, presidente della Consulta dei Senatori del Regno, s.e. Ambasciatore barone Renato Bova Scoppa, s.e. Ambasciatore Pellegrino Chigi, s.e. marchese Gian Giacomo Gallarati Scotti, senatore del Regno, s.a.s. principe Don Rimondo Torre e Tasso, duca di Castel Duino.

Varie: Nella galleria del Castello Ducale di Agliè vi sono 72 ritratti di Cavalieri dell'Ordine della santissima Annunziata, commissionati dalla regina Maria Cristina tra il 1845 e il 1847. Sono opere per la maggior parte del pittore astigiano Michelangelo Pittatore e dei pittori Frigiolini, Malnate e Pratesi (che eseguirono ciascuno sei tele).
Mediante autorizzazione del Ministero dell'Interno del Regno d'Italia, in data 20 dicembre 1891, il comune di Venaria Reale, presso Torino, venne autorizzato a fregiare il proprio stemma civico con il gran collare dell'Ordine Supremo della santissima Annunziata.

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CAT_IMG Posted on 10/11/2008, 07:35Quote
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:aquilino.gif: AH-UH NAYAH OH-WA OH-WA
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AH-UH NAYAH OH-WA OH-WA
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AH-UH NAYAY TOR-SHNA NENA-NAY-YAYAH
NENA-NAY-YAY YEHA-NOHA (NOHA)
AH-UH NAYAY TOR-SHNA NENA-NAY-YAYAH
YEHA-NOHA (NOHA)

NEE-YOH-WAH NEE-YOH

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Di Pietro ad Annozero, mi sta facendo morire :D

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CAT_IMG Posted on 23/11/2008, 22:15Quote
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Scrittori suicidi †


A
A. P. Younger
Adalbert Stifter, 1868, taglio della gola.
Adam Lindsay Gordon, 1870, fucile. La moglie non parve sconvolta.[senza fonte] - cit. dalla voce principale: "La moglie non parve sconvolta dal fatto e, tornata nel Sud dell'Australia, sposò un certo Peter Low, con il quale visse sino al 1919."
Adela Florence Nicolson
Agostino Richelmy, conte, 1991, morì suicida con la moglie. Da non confondere con l'omonimo zio cardinale Agostino Richelmy.
Albert Caraco, 1971, taglio della gola e barbiturici
Albert Wass
Aldo De Benedetti
Alejandra Pizarnik, 1972, overdose di secodal.
Alexander Alexandrovich Fadeyev
Alexander Radishchev, 1802, veleno.
Alexandru Odobescu, 1895, morfina.
Alfred Witte
Allen Upward, 1926, si sparò in novembre, dopo aver saputo George Bernard Shaw aveva avuto il Nobel.
Amelia Rosselli, 1996, l'11 febbraio, lo stesso giorno di Sylvia Plath.
Ana Cristina César, 1983, dalla finestra.
André Paiement
Andrés Caicedo, [[1977]. Diceva che vivere più di 25 anni è vergognoso.
Andy Glazer
Anne Sexton, [[1974], monossido di carbonio.
Annie M. G. Schmidt
Anthony Paul Kelly
Antonia Pozzi, 1938, barbiturici e assideramento
Alfonsina Storni, 1938, in mare
Arishima Takeo, 1923
Arthur Adamov, barbiturici
Arthur Koestler, 1983
Arthur Moeller van den Bruck
Attila József, si lasciò travolgere da un treno.

B
B. S. Johnson
Barcroft Boake
Bizan Kawakami
Bohumil Hrabal, dalla finestra
Branko Miljković
Breece D'J Pancake, arma da fuoco.

C
Camilo Castelo Branco, 1890, revolevr.
Carlo Michelstaedter, 1910, pistola.
Carolyn Gold Heilbrun, 2003
Cesare Pavese, Avvelenamento.
Charles Caleb Colton, 1832, si uccise piuttosto che operarsi.
Charles Clegg, 1979, si uccise appena ebbe raggiunto l'età del suo amico Beebe.
Charlotte Mew, 1928, bevendo disinfettante.
Charlotte Perkins Gilman, 1935, cloroformio.
Charmian Clift, 1969, barbiturici.
Chris Doty, 2006, impiccata. Non se l'aspettavano.
Colin Mackay, 2003. La sua autobiografia comprendeva il suicidio.
Courtney Ryley Cooper, 1940, impiccato. Aveva cominciato come clown.

D
D. A. Levy, 1968, arma da fuoco.
Daniel Evans, noto anche come Daniel Ddu o Geredigion), 1846.
Danielle Collobert, 1978, il giorno del suo compleanno.
David Foster Wallace, 2008, Impiccato
Deng Tuo, 1966
Dhan Gopal Mukerji, 1936, impiccato.
Dillwyn Parrish, 1941, si sparò. La moglie cadde in depressione, dalla quale si salvò anche grazie ai suoi libri di cucina.
Don Carpenter, 1995, fucile. Era grande amico di un altro scrittore suicida, Richard Brautigan
Dorothy Uhnak, 2006, overdose.
Douglas Kenney, 1980, saltando da una rupe. Lasciò anche scritto: "These last few days are among the happiest I've ever ignored".

E
Edward Lucas White, 1934
Edward Stachura, 1979
Eleanor Marx, 1898, con l'acido.
Eli Siegel, 1978
Elise Cowen, 1962, dalla finestra.
Emilio Salgari, 1911, si tagliò il ventre e la gola
Erik Lindegren, 1968
Ernest Borneman, 1995
Ernest Hemingway, colpo di fucile, alla tempia.
Ernst Toller, 1939, si impiccò in un albergo di New York, dopo aver amaramente constatato di aver perso la vena poetica e creativa.
Ernst Weiss, 1940, anche lui si suicidò in un albergo.
Eugene Marais, 1939 colpo di fucile al petto.
Eustace Budgell, 1737, annegato.
Evald Ilyenkov, 1979

F
Fan Changjiang, 1970
Fletcher Knebel, 1993, overdose di sonniferi.
Francesco Gaeta, 1927, si uccise di venerdì santo.
Franco Lucentini, 2002, salto dalle scale
Francis Adams, 1893
Frederick Hazlitt Brennan, 1962, pistola.
Frederick Van Rensselaer Dey, 1922, pistola, in albergo.

G
Gérard de Nerval, l'autore di Sylvie, 1855, si impiccò.
Gilles Deleuze, 1995, dalla finestra
Guido Morselli, 1973
Guy Debord, arma da fuoco

H
Hart Crane, 1932, in mare
Henri de Montherlant

I
Ilarie Voronca
Inge Müller
Ingeborg Bachmann, Combustione[senza fonte], la sua morte per fuoco può essere stata un suicidio : http://www.britannica.com/EBchecked/topic/...eborg-Bachmann#
Ingrid Jonker
Iris Chang
Iva Hercíková

J
Jack Black
Jacques Rigaut, vari, ma prevalentemente sparato
Jacques Vaché, 1919, overdose d'oppio. Non ha lasciato nessun'opera completa.
James Ashmore Creelman, 1941, salto da un palazzo.
James Harden-Hickey, 1898, morfina.
James Hatfield, 2001, overdose. Erano andati per arrestarlo e lo trovarono morto.
James Leo Herlihy, 1993, overdose di sonniferi.
James Robert Baker, 1997
James Tiptree, Jr. 1987, uccise il marito e poi si uccise. "The James Tiptree, Jr. Award is given in her honor each year for a work of science fiction or fantasy that expands or explores our understanding of gender; funds for the award are raised in part by bake sales."
Jan Lechoń, 1956, saltò da un palazzo.
Jan Potocki, 1815, ridusse a proiettile l'ornamento di una teiera, lo fece benedire e si sparò.
János Majláth, 1853, si annegò.
Jarl Hemmer, 1944
Jason Moss, 2006, aveva studiato soggetti come Charles Manson, Jeffrey Dahmere Henry Lee Lucas.
Jean Améry, 1978, annegamento
Jean Joseph Rabearivelo, 1937
Jean-Pierre Duprey, 1959, impiccato.
Jens Bjørneboe, 1976
Jerzy Kosinski, 1991, barbiturici.
Jochen Klepper, 1942, col gas. Ma era la guerra.
Joel Lehtonen, 1934
Johannes Vares, 1946
John Berryman, 1972, saltà giù da un palazzo. Anche suo padre si era suicidato.
John Davidson, 1909, si annegò.
John Gould Fletcher, 1950, si annegò.
John Henry Mackay, 1933, overdose di morfina.
John Kennedy Toole, 1969, col gas.
John Monk Saunders, 1940
John O'Brien, 1994, si sparò due settimane dopo aver saputo che una sua opera sarebbe diventata un film.
John Patrick, 1995, si soffocò con una busta di plastica.
John Suckling, 1642, veleno.
John William Polidori, 1821
José María Arguedas, 1969, sparato
Juan Carlos Gumucio, 2002, "died in a strange way near Cochabamba". In effetti si sparò.
Juhan Viiding, 1995
Julien Torma, 1933, sparì tra le montagne.
Jun Etō, 1999, si tagliò il polso sinistro. Era depresso per la morte della moglie e la malattia, che gli impediva di scrivere.

K
Karin Boye, overdose di farmaci
Klaus Mann, Avvelenamento, barbiturici

L
Lao She, 1966, morte per acqua.
Leopoldo Lugones, 1938, whisky e cianuro.
Lew Welch, 1971, forse. Scomparve tra le montagne, il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Liam Rector, 2007.
Liviu Rebreanu, 1944, si sparò in bocca.
Louis Adamic, 1951, sparò.
Louis Owens, 2002
Louis Verneuil, 1952, taglio della gola.
Lucano
Lucio Mastronardi, 1979, annegato
Lucien Anatole Prevost-Paradol, 1870, si sparò, forse per via del nome.

M
Marek Hłasko, 1969, alcool e sonniferi.
Mariano José de Larra, 1837
Marina Cvetaeva, 1941, si impiccò. Nessuno sa dove sia la sua tomba.
Mário de Sá-Carneiro, 1916, a 25 anni, si uccise in un hotel di Parigi.
Maurice Joly, 1878, giurista e satirico, è il padre involontario dei Protocolli di Sion.
May Ayim, 1996, saltò dal tredicesimo piano.
Menno ter Braak, 1940, sedativi e veleno.
Merton Hodge, 1958, annegamento.
Michael Dorris, 1997, combinando soffocamento, farmaci e alcool.
Michael Strunge, 1986, dal quarto piano.
Mikhail Sushkov, 1792, pistola, a diciassette anni. Lasciò 4 biglietti di addio.
Misao Fujimura, 1903. Scrisse una poesia sull'albero dove si uccise.
Morris K. Jessup, 1959, gas di scarico.

N
Napoleon Lapathiotis
Nicolas Chamfort
Nilgün Marmara

O
Omero, disperazione.
Orrick Glenday Johns
Osamu Dazai
Otto Weininger, 1903, sparato

P
Paolo Iashvili
Patterson Dial
Paul Celan, tuffato nella Senna
Paul Gruchow
Paul Lafargue, Avvelenamento, iniezione di acido cianidrico
Penelope Delta
Pepi Lederer
Peter George
Petronio Arbitro, taglio delle vene e poi Avvelenamento.
Peyo Yavorov
Philipp Batz, poeta, filosofo, teorico del suicidio, si impiccò il primo aprile 1876, subito dopo la stampa del suo primo libro. La sorella lo imitò dopo aver curato l'edizione di un suo libro postumo.
Philipp Jaffé
Philipp Mainländer
Pierre Drieu La Rochelle, col gas e Overdose difarmaci
Piet Paaltjens
Plantagenet Somerset Fry
Primo Levi, salto dalle scale

Q
Qiu Miaojin

R
Robert Hayward Barlow, 1951, barbiturici
Raul Pompéia
Reinaldo Arenas, 1990, droga e alcool. Ne aveva ben donde.
René Crevel, col gas
Rex Beach
Richard Brautigan
Richard Glazar, 1997
Richard Piggott
Richard Realf
Robert E. Howard, 1936, pistola, alla tempia.
Robert Tannahill
Romain Gary, 1980, pistola, in bocca. L'anno prima si era uccisa la sua ex moglie, Jean_Seberg.
Ross Lockridge, Jr
Roy Andries De Groot
Rudolf Těsnohlídek
Runar Schildt
Ruthe Lewin Winegarten
Ryūnosuke Akutagawa, Avvelenamento, barbiturici

S
Sadeq Hedayat, 1951, gas.
Samson Cerfberr, 1826
Samuel Laman Blanchard, 1845
Sándor Márai, 1989, una storia tristissima, pistola.
Sanmao, 1991
Sara Teasdale, 1933, overdose di sonniferi.
Sarah Kane, 1999, impiccata, come un uomo.
Sarah Kofman, 1994, nel centocinquantesimo anniversario della nascita di Nietzsche.
Seneca, taglio delle vene e non bastando Avvelenamento con la cicuta.
Sergej Aleksandrovič Esenin, 1925, Impiccato in un labergo. Il giorno prima aveva scritto un nessaggio d'addio col suo sangue. Aveva trent'anni.
Shōji Yamagishi, 1979
Spalding Gray, 2004, nel fiume.
St John Hankin, 1909, si legò dei pesi al collo e si annegò.
Stanisław Ignacy Witkiewicz, 1939 addormentò la sua amante e si tagliò le vene.
Stefan Zweig, 1942, si uccise con la moglie.
Stephen Duck, 1756, per acqua.
Steven Bernstein, 1991, tre coltellate alla gola.
Sylvia Plath, 1963, col gas

T
Tadeusz Borowski
Tamiki Hara
Thomas Chatterton, 1770
Thomas Creech
Thomas Disch, 2008
Thomas Heggen
Thomas Lovell Beddoes
Thomas Parker Sanborn
Timothy Mason
Tito Pomponio Attico, si lasciò morire di fame.
Torquato Neto
Tove Ditlevsen
Tristan Egolf, 2005, fucile.

U
Unica Zürn
Urmuz

V
Vachel Lindsay
Veronica Micle
Victoria Benedictsson
Vilhelm Moberg
Virginia Woolf, affogata
Vladimir Vladimirovič Majakovskij, colpo di pistola, al cuore.
Vsevolod Garshin

W
Wally Wood
Walter Benjamin, Avvelenamento, morfina.
Walter Hasenclever
Walter M. Miller, Jr.
Will Cuppy
William Buehler Seabrook
William Inge

Y
Yasunari Kawabata
Yukio Mishima, Seppuku in diretta.
Yulia Drunina
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...mah..!?

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....mortalità alta nella categoria.... :blink: :o:

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CITAZIONE (gallonio @ 3/12/2008, 07:27)
....mortalità alta nella categoria.... :blink: :o:

...abbastanza...prendiamone uno a caso, Gèrard de Nerval e la sua Sylvie...

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http://www.parodos.it



Novella dello scrittore francese Gèrard de Nerval (1808-1855)

Scritto fra due crisi di follia con una pena e una cura estrema, durante lunghe passeggiate nel Valois, apparso nella Revue des Deux Mondes nel 1853, questo racconto fu inserito, l'anno seguente, nelle Filles du feu (Figlie del fuoco), raccolta di novelle con sonetti delle Chimères (Chimere). L'autore ama un'attrice di nome Aurelia (Jenny Colon nella realtà) che ogni sera ammira a teatro; ma una notte la lettura di un trafiletto di giornale risveglia in lui "un'eco lontana delle semplici feste della giovinezza", che si svolgevano in un paese del Valois, rimasto caro al suo cuore. Evoca allora la danza di alcune fanciulle su uno spazio verde circondato da olmi e tigli e sovrastato da un antico castello, quello di Mortefontaine. Giunto a questa festa campestre con la giovanissima amica, si lascia attrarre dal canto soave di una giovane bionda, Adriana, che, uscita dal castello, irreale e affascinante, è come un'apparizione. Intrecciata una corona con rami d'alloro, la offre ad Adriana, ma ritornato da Silvia la trova in lacrime. Richiamato dunque dall'immagine dell'attrice alla figura di Adriana dimenticata da molti anni, si ricorda anche di Silvia e parte per rivederla. La ritrova nel paese della sua infanzia, a Loisy, e rimane ammirato per la sua bellezza; tuttavia, pur desideroso di rivivere l'antico amore, si accorge di non appartenere più al mondo di lei, già promessa sposa del grand frisè, fratello di latte dell'autore. Ritornato a Parigi scopre ben presto che anche l'amore nutrito per la bella attrice è una semplice illusione che cade amaramente come tante altre. Spinto dal desiderio di rivedere i luoghi di solitudine e di sogni, Gerard de Nerval ritorna dopo anni a contatto della meravigliosa natura e a passeggiare nei boschetti solitari a nord di Parigi, nelle dense nebbie, da Ermenville a Loisy, con Silvia e la sua nuova famiglia, perdendosi nel mondo del sogno. In questa novella, in cui il sogno e la realtà, il passato e il presente si mescolano vagamente e raggiungono miracolosamente l'equilibrio, Gerard è diviso tra la tenerezza per Silvia, compagna forse immaginaria dei giochi di un tempo, e la misteriosa seduzione di Adriana che si confonde con Aurelia-Jenny Colon. Capolavoro di chiarezza e di equilibrio, ottimo esempio della letteratura del "ricordo", Silvia ha qualche macchia di colore, ma soprattutto mezze tinte che danno un'atmosfera vaporosa, quella del Valois, di Watteau, quella del passato, dei ricordi e dei sogni, e un fascino sottile, che penetra il lettore di una dolce e armoniosa melanconia.


Fonte



...vediamo un po' sta follia...(c'è qualche errore dovuto all'accento circonflesso, pardon...)

1

SYLVIE

par Gérard de Nerval

SOUVENIRS DU VALOIS

I – NUIT PERDUE

Je sortais d'un théâtre où tous les soirs je paraissais aux avant-scènes en grande

tenue de soupirant. Quelquefois tout était plein, quelquefois tout était vide. Peu

m'importait d'arrêter mes regards sur un parterre peuplé seulement d'une trentaine

d'amateurs forcés, sur des loges garnies de bonnets ou de toilettes surannées, - ou bien

de faire partie d'une salle animée et frémissante couronnée à tous ses étages de

toilettes fleuries, de bijoux étincelants et de visages radieux. Indifférent au spectacle

de la salle, celui du théâtre ne m'arrêtait guère, - excepté lorsqu'à la seconde ou à la

troisième scène d'un maussade chef-d'oeuvre d'alors, une apparition bien connue

illuminait l'espace vide, rendant la vie d'un souffle et d'un mot à ces vaines figures qui

m'entouraient.

Je me sentais vivre en elle, et elle vivait pour moi seul. Son sourire me

remplissait d'une béatitude infinie; la vibration de sa voix si douce et cependant

fortement timbrée me faisait tressaillir de joie et d'amour. Elle avait pour moi toutes

les perfections, elle répondait à tous mes enthousiasmes, à tous mes caprices, - belle

comme le jour aux feux de la rampe qui l'éclairait d'en bas, pâle comme la nuit, quand

2

la rampe baissée la laissait éclairée d'en haut sous les rayons du lustre et la montrait

plus naturelle, brillant dans l'ombre de sa seule beauté, comme les Heures divines qui

se découpent, avec une étoile au front, sur les fonds bruns des fresques d'Herculanum !

Depuis un an, je n'avais pas encore songé à m'informer de ce qu'elle pouvait

être d'ailleurs; je craignais de troubler le miroir magique qui me renvoyait son image, -

et tout au plus avais-je prêté l'oreille à quelques propos concernant non plus l'actrice,

mais la femme. Je m'en informais aussi peu que des bruits qui ont pu courir sur la

princesse d'Élide ou sur la reine de Trébizonde, - un de mes oncles, qui avait vécu dans

les avant-dernières années du XVIIIe siècle, comme il fallait y vivre pour le bien

connaître, m'ayant prévenu de bonne heure que les actrices n'étaient pas des femmes,

et que la nature avait oublié de leur faire un coeur. Il parlait de celles de ce temps-là

sans doute; mais il m'avait raconté tant d'histoires de ses illusions, de ses déceptions,

et montré tant de portraits sur ivoire, médaillons charmants qu'il utilisait depuis à

parer des tabatières, tant de billets jaunis, tant de faveurs fanées, en m'en faisant

l'histoire et le compte définitif, que je m'étais habitué à penser mal de toutes sans tenir

compte de l'ordre des temps.

Nous vivions alors dans une époque étrange, comme celles qui d'ordinaire

succèdent aux révolutions ou aux abaissements des grands règnes. Ce n'était plus la

galanterie héroïque comme sous la Fronde, le vice élégant et paré comme sous la

Régence, le scepticisme et les folles orgies du Directoire; c'était un mélange d'activité,

d'hésitation et de paresse, d'utopies brillantes, d'aspirations philosophiques ou

religieuses, d'enthousiasmes vagues, mêlés de certains instincts de renaissance;

d'ennuis des discordes passées, d'espoirs incertains, - quelque chose comme l'époque

de Pérégrinus et d'Apulée. L'homme matériel aspirait au bouquet de roses qui devait le

régénérer par les mains de la belle Isis; la déesse éternellement jeune et pure nous

apparaissait dans les nuits, et nous faisait honte de nos heures de jour perdues.

L'ambition n'était cependant pas de notre âge, et l'avide curée qui se faisait alors des

positions et des honneurs nous éloignait des sphères d'activité possibles. Il ne nous

restait pour asile que cette tour d'ivoire des poètes, où nous montions toujours plus

3

haut pour nous isoler de la foule. A ces points élevés où nous guidaient nos maîtres,

nous respirions enfin l'air pur des solitudes, nous buvions l'oubli dans la coupe d'or des

légendes, nous étions ivres de poésie et d'amour. Amour, hélas ! des formes vagues,

des teintes roses et bleues, des fantômes métaphysiques ! Vue de près, la femme réelle

révoltait notre ingénuité; il fallait qu'elle apparût reine ou déesse, et surtout n'en pas

approcher.

Quelques-uns d'entre nous néanmoins prisaient peu ces paradoxes platoniques,

et à travers nos rêves renouvelés d'Alexandrie agitaient parfois la torche des dieux

souterrains, qui éclaire l'ombre un instant de ses traînées d'étincelles. - C'est ainsi que,

sortant du théâtre avec l'amère tristesse que laisse un songe évanoui, j'allais volontiers

me joindre à la société d'un cercle où l'on soupait en grand nombre, et où toute

mélancolie cédait devant la verve intarissable de quelques esprits éclatants, vifs,

orageux, sublimes parfois, - tels qu'il s'en est trouvé toujours dans les époques de

rénovation ou de décadence, et dont les discussions se haussaient à ce point, que les

plus timides d'entre nous allaient voir parfois aux fenêtres si les Huns, les Turcomans

ou les Cosaques n'arrivaient pas enfin pour couper court à ces arguments de rhéteurs

et de sophistes.

« Buvons, aimons, c'est la sagesse ! » Telle était la seule opinion des plus

jeunes. Un de ceux-là me dit: « Voici bien longtemps que je te rencontre dans le même

théâtre, et chaque fois que j'y vais. Pour laquelle y viens-tu ? »

Pour laquelle ?... Il ne me semblait pas que l'on pût aller là pour une autre.

Cependant j'avouai un nom. - « Eh bien ! dit mon ami avec indulgence, tu vois là-bas

l'homme heureux qui vient de la reconduire, et qui, fidèle aux lois de notre cercle, n'ira

la retrouver peut-être qu'après la nuit. »

Sans trop d'émotion, je tournai les yeux vers le personnage indiqué. C'était un

jeune homme correctement vêtu, d'une figure pâle et nerveuse, ayant des manières

convenables et des yeux empreints de mélancolie et de douceur. Il jetait de l'or sur une

table de whist et le perdait avec indifférence. - « Que m'importe, dis-je, lui ou tout

4

autre ? Il fallait qu'il y en eût un, et celui-là me paraît digne d'avoir été choisi. - Et toi ?

- Moi ? C'est une image que je poursuis, rien de plus ».

En sortant, je passai par la salle de lecture, et machinalement je regardai un

journal. C'était, je crois, pour y voir le cours de la Bourse. Dans les débris de mon

opulence se trouvait une somme assez forte en titres étrangers. Le bruit avait couru

que, négligés longtemps, ils allaient être reconnus; - ce qui venait d'avoir lieu à la suite

d'un changement de ministère. Les fonds se trouvaient déjà cotés très haut; je

redevenais riche.

Une seule pensée résulta de ce changement de situation, celle que la femme

aimée si longtemps était à moi si je voulais. - Je touchais du doigt mon idéal. N'étaitce

pas une illusion encore, une faute d'impression railleuse ? Mais les autres feuilles

parlaient de même. - La somme gagnée se dressait devant moi comme la statue d'or de

Moloch. « Que dirait maintenant, pensai-je, le jeune homme de tout à l'heure, si

j'allais prendre sa place près de la femme qu'il a laissée seule ?...» Je frémis de cette

pensée, et mon orgueil se révolta.

Non ! ce n'est pas ainsi, ce n'est pas à mon âge que l'on tue l'amour avec de l'or

: je ne serai pas un corrupteur. D'ailleurs ceci est une idée d'un autre temps. Qui me dit

aussi que cette femme soit vénale ? - Mon regard parcourait vaguement le journal que

je tenais encore, et j'y lus ces deux lignes: « Fête du Bouquet provincial. - Demain, les

archers de Senlis doivent rendre le bouquet à ceux de Loisy. » Ces mots, fort simples,

réveillèrent en moi toute une nouvelle série d'impressions : c'était un souvenir de la

province depuis longtemps oubliée, un écho lointain des fêtes naïves de la jeunesse. -

Le cor et le tambour résonnaient au loin dans les hameaux et dans les bois; les jeunes

filles tressaient des guirlandes et assortissaient, en chantant, des bouquets ornés de

rubans. - Un lourd chariot, traîné par des boeufs, recevait ces présents sur son passage,

et nous, enfants de ces contrées, nous formions cortège avec nos arcs et nos flèches,

nous décorant du titre de chevaliers, - sans savoir alors que nous ne faisions que

répéter d'âge en âge une fête druidique survivant aux monarchies et aux religions

nouvelles.

5

II - ADRIENNE

Je regagnai mon lit et je ne pus y trouver le repos. Plongé dans une demisomnolence,

toute ma jeunesse repassait en mes souvenirs. Cet état, où l'esprit résiste

encore aux bizarres combinaisons du songe, permet souvent de voir se presser en

quelques minutes les tableaux les plus saillants d'une longue période de la vie.

Je me représentais un château du temps de Henri IV avec ses toits pointus

couverts d'ardoises et sa face rougeâtre aux encoignures dentelées de pierres jaunies,

une grande place verte encadrée d'ormes et de tilleuls, dont le soleil couchant perçait le

feuillage de ses traits enflammés. Des jeunes filles dansaient en rond sur la pelouse en

chantant de vieux airs transmis par leurs mères, et d'un français si naturellement pur,

que l'on se sentait bien exister dans ce vieux pays du Valois, où, pendant plus de mille

ans, a battu le coeur de la France.

J'étais le seul garçon dans cette ronde, où j'avais amené ma compagne toute

jeune encore, Sylvie, une petite fille du hameau voisin, si vive et si fraîche, avec ses

yeux noirs, son profil régulier et sa peau légèrement hâlée !... Je n'aimais qu'elle, je ne

voyais qu'elle, - jusque-là ! A peine avais-je remarqué, dans la ronde où nous dansions,

une blonde, grande et belle, qu'on appelait Adrienne. Tout d'un coup, suivant les

règles de la danse, Adrienne se trouva placée seule avec moi au milieu du cercle. Nos

tailles étaient pareilles. On nous dit de nous embrasser, et la danse et le choeur

tournaient plus vivement que jamais. En lui donnant ce baiser, je ne pus m'empêcher

de lui presser la main. Les longs anneaux roulés de ses cheveux d'or effleuraient mes

joues. De ce moment, un trouble inconnu s'empara de moi. - La belle devait chanter

pour avoir le droit de rentrer dans la danse. On s'assit autour d'elle, et aussitôt, d'une

voix fraîche et pénétrante, légèrement voilée, comme celle des filles de ce pays

brumeux, elle chanta une de ces anciennes romances pleines de mélancolie et d'amour,

qui racontent toujours les malheurs d'une princesse enfermée dans sa tour par la

volonté d'un père qui la punit d'avoir aimé. La mélodie se terminait à chaque stance

6

par ces trilles chevrotants que font valoir si bien les voix jeunes, quand elles imitent

par un frisson modulé la voix tremblante des aïeules.

À mesure qu'elle chantait, l'ombre descendait des grands arbres, et le clair de

lune naissant tombait sur elle seule, isolée de notre cercle attentif. - Elle se tut, et

personne n'osa rompre le silence. La pelouse était couverte de faibles vapeurs

condensées, qui déroulaient leurs blancs flocons sur les pointes des herbes. Nous

pensions être en paradis. - Je me levai enfin, courant au parterre du château, où se

trouvaient de lauriers, plantés dans de grands vases de faïence peints en camaïeu. Je

rapportai deux branches, qui furent tressées en couronne et nouées d'un ruban. Je

posai sur la tête d'Adrienne cet ornement, dont les feuilles lustrées éclataient sur ses

cheveux blonds aux rayons pâles de la lune. Elle ressemblait à la Béatrice de Dante qui

sourit au poète errant sur la lisière des saintes demeures.

Adrienne se leva. Développant sa taille élancée, elle nous fit un salut gracieux,

et rentra en courant dans le château. - C'était, nous dit-on, la petite-fille de l'un des

descendants d'une famille alliée aux anciens rois de France; le sang des Valois coulait

dans ses veines. Pour ce jour de fête, on lui avait permis de se mêler à nos jeux; nous

ne devions plus la revoir, car le lendemain elle repartit pour un couvent où elle était

pensionnaire.

Quand je revins près de Sylvie, je m'aperçus qu'elle pleurait. La couronne

donnée par mes mains à la belle chanteuse était le sujet de ses larmes. Je lui offris d'en

aller cueillir une autre, mais elle dit qu'elle n'y tenait nullement, ne la méritant pas. Je

voulus en vain me défendre, elle ne me dit plus un seul mot pendant que je la

reconduisais chez ses parents.

Rappelé moi-même à Paris pour y reprendre mes études, j'emportai cette

double image d'une amitié tendre tristement rompue, puis d'un amour impossible et

vague, source de pensées douloureuses que la philosophie de collège était impuissante

à calmer.

7

La figure d'Adrienne resta seule triomphante, - mirage de la gloire et de la

beauté, adoucissant ou partageant les heures des sévères études. Aux vacances de

l'année suivante, j'appris que cette belle à peine entrevue était consacrée par sa famille

à la vie religieuse.

8

III - RÉSOLUTION

Tout m'était expliqué par ce souvenir à demi rêvé. Cet amour vague et sans

espoir, conçu pour une femme de théâtre, qui tous les soirs me prenait à l'heure du

spectacle, pour ne me quitter qu'à l'heure du sommeil, avait son germe dans le

souvenir d'Adrienne, fleur de la nuit éclose à la pâle clarté de la lune, fantôme rose et

blond glissant sur l'herbe verte à demi baignée de blanches vapeurs. - La ressemblance

d'une figure oubliée depuis des années se dessinait désormais avec une netteté

singulière; c'était un crayon estompé par le temps qui se faisait peinture, comme ces

vieux croquis de maîtres admirés dans un musée, dont on retrouve ailleurs l'original

éblouissant.

Aimer une religieuse sous la forme d'une actrice !... et si c'était la même ! - Il y

a de quoi devenir fou ! c'est un entraînement fatal où l'inconnu vous attire comme le

feu follet fuyant sur les joncs d'une eau morte... Reprenons pied sur le réel.

Et Sylvie que j'aimais tant, pourquoi l'ai-je oubliée depuis trois ans ?... C'était

une bien jolie fille, et la plus belle de Loisy !

Elle existe, elle, bonne et pure de coeur sans doute. Je revois sa fenêtre où le

pampre s'enlace au rosier, la cage de fauvettes suspendue à gauche; j'entends le bruit de

ses fuseaux sonores et sa chanson favorite :

La belle était assise

Près du ruisseau coulant...

Elle m'attend encore... Qui l'aurait épousée ? elle est si pauvre !

Dans son village et dans ceux qui l'entourent, de bons paysans en blouse, aux

mains rudes, à la face amaigrie, au teint hâlé ! Elle m'aimait seul, moi le petit Parisien,

quand j'allais voir près de Loisy mon pauvre oncle, mort aujourd'hui. Depuis trois ans,

je dissipe en seigneur le bien modeste qu'il m'a laissé et qui pouvait suffire à ma vie.

Avec Sylvie, je l'aurais conservé. Le hasard m'en rend une partie. Il est temps encore.

9

À cette heure, que fait-elle ? Elle dort... Non, elle ne dort pas; c'est aujourd'hui

la fête de l'arc, la seule de l'année où l'on danse toute la nuit. Elle est à la fête...

Quelle heure est-il ?

Je n'avais pas de montre.

Au milieu de toutes les splendeurs de bric-à-brac qu'il était d'usage de réunir à

cette époque pour restaurer dans sa couleur locale un appartement d'autrefois, brillait

d'un éclat rafraîchi une de ces pendules d'écaille de la Renaissance, dont le dôme doré

surmonté de la figure du Temps est supporté par des cariatides du style Médicis,

reposant à leur tour sur des chevaux à demi cabrés. La Diane historique, accoudée sur

son cerf, est en bas-relief sous le cadran, où s'étalent sur un fond niellé les chiffres

émaillés des heures. Le mouvement, excellent sans doute, n'avait pas été remonté

depuis deux siècles. - Ce n'était pas pour savoir l'heure que j'avais acheté cette pendule

en Touraine.

Je descendis chez le concierge. Son coucou marquait une heure du matin. - En

quatre heures, me dis-je, je puis arriver au bal de Loisy. Il y avait encore sur la place

du Palais-Royal cinq ou six fiacres stationnant pour les habitués des cercles et des

maisons de jeu : - A Loisy ! dis-je au plus apparent. - Où cela est-il ? - Près de Senlis, à

huit lieues. - Je vais vous conduire à la poste, dit le cocher, moins préoccupé que moi.

Quelle triste route, la nuit, que cette route de Flandre, qui ne devient belle

qu'en atteignant la zone des forêts ! Toujours ces deux files d'arbres monotones qui

grimacent des formes vagues; au delà, des carrés de verdure et de terres remuées,

bornés à gauche par les collines bleuâtres de Montmorency, d'Écouen, de Luzarches.

Voici Gonesse, le bourg vulgaire plein des souvenirs de la Ligue et de la Fronde...

Plus loin que Louvres est un chemin bordé de pommiers dont j'ai vu bien des

fois les fleurs éclater dans la nuit comme des étoiles de la terre : c'était le plus court

pour gagner les hameaux. - Pendant que la voiture monte les côtes, recomposons les

souvenirs du temps où j'y venais si souvent.

10

IV – UN VOYAGE À CYTHÈRE

Quelques années s'étaient écoulées : l'époque où j'avais rencontré Adrienne

devant le château n'était plus déjà qu'un souvenir d'enfance. Je me retrouvai à Loisy au

moment de la fête patronale. J'allai de nouveau me joindre aux chevaliers de l'arc,

prenant place dans la compagnie dont j'avais fait partie déjà. Des jeunes gens

appartenant aux vieilles familles qui possèdent encore là plusieurs de ces châteaux

perdus dans les forêts, qui ont plus souffert du temps que des révolutions, avaient

organisé la fête. De Chantilly, de Compiègne et de Senlis accouraient de joyeuses

cavalcades qui prenaient place dans le cortège rustique des compagnies de l'arc. Après

la longue promenade à travers les villages et les bourgs, après la messe à l'église, les

luttes d'adresse et la distribution des prix, les vainqueurs avaient été conviés à un

repas qui se donnait dans une île ombragée de peupliers et de tilleuls, au milieu de l'un

des étangs alimentés par la Nonette et la Thève. Des barques pavoisées nous

conduisirent à l'île, - dont le choix avait été déterminé par l'existence d'un temple

ovale à colonnes qui devait servir de salle pour le festin. Là, comme à Ermenonville, le

pays est semé de ces édifices légers de la fin du XVIIIe siècle, où des millionnaires

philosophes se sont inspirés dans leurs plans du goût dominant d'alors. Je crois bien

que ce temple avait dû être primitivement dédié à Uranie. Trois colonnes avaient

succombé emportant dans leur chute une partie de l'architrave; mais on avait déblayé

l'intérieur de la salle, suspendu des guirlandes entre les colonnes, on avait rajeuni cette

ruine moderne, - qui appartenait au paganisme de Boufflers ou de Chaulieu plutôt qu'à

celui d'Horace.

La traversée du lac avait été imaginée peut-être pour rappeler le Voyage à

Cythère de Watteau. Nos costumes modernes dérangeaient seuls l'illusion. L'immense

bouquet de la fête, enlevé du char qui le portait, avait été placé sur une grande barque;

le cortège des jeunes filles vêtues de blanc qui l'accompagnent selon l'usage avait pris

place sur les bancs, et cette gracieuse théorie renouvelée des jours antiques se reflétait

dans les eaux calmes de l'étang qui la séparait du bord de l'île si vermeil aux rayons du

soir avec ses halliers d'épine, sa colonnade et ses clairs feuillages. Toutes les barques

11

abordèrent en peu de temps. La corbeille portée en cérémonie occupa le centre de la

table, et chacun prit place, les plus favorisés auprès des jeunes filles : il suffisait pour

cela d'être connu de leurs parents. Ce fut la cause qui fit que je me retrouvai près de

Sylvie. Son frère m'avait déjà rejoint dans la fête, il me fit la guerre de n'avoir pas

depuis longtemps rendu visite à sa famille. Je m'excusai sur mes études, qui me

retenaient à Paris, et l'assurai que j'étais venu dans cette intention. « Non, c'est moi

qu'il a oubliée, dit Sylvie. Nous sommes des gens de village, et Paris est si au-dessus !»

Je voulus l'embrasser pour lui fermer la bouche; mais elle me boudait encore, et il

fallut que son frère intervînt pour qu'elle m'offrît sa joue d'un air indifférent. Je n'eus

aucune joie de ce baiser dont bien d'autres obtenaient la faveur, car dans ce pays

patriarcal où l'on salue tout homme qui passe, un baiser n'est autre chose qu'une

politesse entre bonnes gens.

Une surprise avait été arrangée par les ordonnateurs de la fête. A la fin du

repas, on vit s'envoler du fond de la vaste corbeille un cygne sauvage, jusque-là captif

sous les fleurs, qui, de ses fortes ailes, soulevant des lacis de guirlandes et de

couronnes, finit par les disperser de tous côtés. Pendant qu'il s'élançait joyeux vers les

dernières lueurs du soleil, nous rattrapions au hasard les couronnes dont chacun parait

aussitôt le front de sa voisine. J'eus le bonheur de saisir une des plus belles, et Sylvie

souriante se laissa embrasser cette fois plus tendrement que l'autre. Je compris que

j'effaçais ainsi le souvenir d'un autre temps. Je l'admirai cette fois sans partage, elle

était devenue si belle ! Ce n'était plus cette petite fille de village que j'avais dédaignée

pour une plus grande et plus faite aux grâces du monde. Tout en elle avait gagné : le

charme de ses yeux noirs, si séduisants dès son enfance, était devenu irrésistible; sous

l'orbite arquée de ses sourcils, son sourire, éclairant tout à coup des traits réguliers et

placides, avait quelque chose d'athénien. J'admirais cette physionomie digne de l'art

antique au milieu des minois chiffonnés de ses compagnes. Ses mains délicatement

allongées, ses bras qui avaient blanchi en s'arrondissant, sa taille dégagée, la faisaient

tout autre que je ne l'avais vue. Je ne pus m'empêcher de lui dire combien je la trouvais

différente d'elle-même, espérant couvrir ainsi mon ancienne et rapide infidélité.

12

Tout me favorisait d'ailleurs, l'amitié de son frère, l'impression charmante de

cette fête, l'heure du soir et le lieu même où, par une fantaisie pleine de goût, on avait

reproduit une image des galantes solennités d'autrefois. Tant que nous pouvions, nous

échappions à la danse pour causer de nos souvenirs d'enfance et pour admirer en

rêvant à deux les reflets du ciel sur les ombrages et sur les eaux. Il fallut que le frère de

Sylvie nous arrachât à cette contemplation en disant qu'il était temps de retourner au

village assez éloigné qu'habitaient ses parents.

13

V – LE VILLAGE

C'était à Loisy, dans l'ancienne maison du garde. Je les conduisis jusque-là,

puis je retournai à Montagny, où je demeurais chez mon oncle. En quittant le chemin

pour traverser un petit bois qui sépare Loisy de Saint-S..., je ne tardai pas à m'engager

dans une sente profonde qui longe la forêt d'Ermenonville; je m'attendais ensuite à

rencontrer les murs d'un couvent qu'il fallait suivre pendant un quart de lieue. La lune

se cachait de temps à autre sous les nuages, éclairant à peine les roches de grès sombre

et les bruyères qui se multipliaient sous mes pas. A droite et à gauche, des lisières de

forêts sans routes tracées, et toujours devant moi ces roches druidiques de la contrée

qui gardent le souvenir des fils d'Armen exterminés par les Romains ! Du haut de ces

entassements sublimes, je voyais les étangs lointains se découper comme des miroirs

sur la plaine brumeuse, sans pouvoir distinguer celui même où s'était passée la fête.

L'air était tiède et embaumé; je résolus de ne pas aller plus loin et d'attendre le

matin, en me couchant sur des touffes de bruyères. - En me réveillant, je reconnus peu

à peu les points voisins du lieu où je m'étais égaré dans la nuit. A ma gauche, je vis se

dessiner la longue ligne des murs du couvent de Saint-S..., puis de l'autre côté de la

vallée, la butte aux Gens-d'Armes, avec les ruines ébréchées de l'antique résidence

carlovingienne. Près de là, au-dessus des touffes de bois, les hautes masures de

l'abbaye de Thiers découpaient sur l'horizon leurs pans de muraille percés de trèfles et

d'ogives. Au delà, le manoir gothique de Pontarmé, entouré d'eau comme autrefois,

refléta bientôt les premiers feux du jour, tandis qu'on voyait se dresser au midi le haut

donjon de la Tournelle et les quatre tours de Bertrand-Fosse sur les premiers coteaux

de Montméliant.

Cette nuit m'avait été douce, et je ne songeais qu'à Sylvie; cependant l'aspect

du couvent me donna un instant l'idée que c'était celui peut-être qu'habitait Adrienne.

Le tintement de la cloche du matin était encore dans mon oreille et m'avait sans doute

réveillé. J'eus un instant l'idée de jeter un coup d'oeil par-dessus les murs en gravissant

la plus haute pointe des rochers; mais, en y réfléchissant, je m'en gardai comme d'une

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profanation. Le jour en grandissant chassa de ma pensée ce vain souvenir et n'y laissa

plus que les traits rosés de Sylvie. « Allons la réveiller », me dis-je, et je repris le

chemin de Loisy.

Voici le village au bout de la sente qui côtoie la forêt : vingt chaumières dont la

vigne et les roses grimpantes festonnent les murs. Des fileuses matinales, coiffées de

mouchoirs rouges, travaillent réunies devant une ferme. Sylvie n'est point avec elles.

C'est presque une demoiselle depuis qu'elle exécute de fines dentelles, tandis que ses

parents sont restés de bons villageois. - Je suis monté à sa chambre sans étonner

personne; déjà levée depuis longtemps, elle agitait les fuseaux de sa dentelle, qui

claquaient avec un doux bruit sur le carreau vert que soutenaient ses genoux. « Vous

voilà, paresseux, dit-elle avec son sourire divin, je suis sûre que vous sortez seulement

de votre lit ! » Je lui racontai ma nuit passée sans sommeil, mes courses égarées à

travers les bois et les roches. Elle voulut bien me plaindre un instant. « Si vous n'êtes

pas fatigué, je vais vous faire courir encore. Nous irons voir ma grand' tante à Othys.»

J'avais à peine répondu, qu'elle se leva joyeusement, arrangea ses cheveux devant un

miroir et se coiffa d'un chapeau de paille rustique. L'innocence et la joie éclataient

dans ses yeux. Nous partîmes en suivant les bords de la Thève, à travers les prés

semés de marguerites et de boutons d'or, puis le long des bois de Saint-Laurent,

franchissant parfois les ruisseaux et les halliers pour abréger la route. Les merles

sifflaient dans les arbres, et les mésanges s'échappaient joyeusement des buissons

frôlés par notre marche.

Parfois nous rencontrions sous nos pas les pervenches si chères à Rousseau,

ouvrant leurs corolles bleues parmi ces longs rameaux de feuilles accouplées, lianes

modestes qui arrêtaient les pieds furtifs de ma compagne. Indifférente aux souvenirs

du philosophe genevois, elle cherchait çà et là les fraises parfumées, et moi, je lui

parlais de la Nouvelle Héloïse, dont je récitais par coeur quelques passages. « Est-ce que

c'est joli ? dit-elle. - C'est sublime. - Est-ce mieux qu'Auguste Lafontaine ? - C'est plus

tendre. - Oh ! bien, dit-elle, il faut que je lise cela. Je dirai à mon frère de me l'apporter

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la première fois qu'il ira à Senlis. » Et je continuais à réciter des fragments de l'Héloïse

pendant que Sylvie cueillait des fraises

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VI - OTHYS

Au sortir du bois, nous rencontrâmes de grandes touffes de digitale pourprée;

elle en fit un énorme bouquet en me disant : « C'est pour ma tante; elle sera si

heureuse d'avoir ces belles fleurs dans sa chambre. » Nous n'avions plus qu'un bout de

plaine à traverser pour gagner Othys. Le clocher du village pointait sur les coteaux

bleuâtres qui vont de Montméliant à Dammartin. La Thève bruissait de nouveau

parmi les grès et les cailloux, s'amincissant au voisinage de sa source, où elle se repose

dans les prés, formant un petit lac au milieu des glaïeuls et des iris. Bientôt nous

gagnâmes les premières maisons. La tante de Sylvie habitait une petite chaumière

bâtie en pierres de grès inégales que revêtaient des treillages de houblon et de vigne

vierge; elle vivait seule de quelques carrés de terre que les gens du village cultivaient

pour elle depuis la mort de son mari. Sa nièce arrivant, c'était le feu dans la maison.

«Bonjour, la tante ! Voici vos enfants ! dit Sylvie; nous avons bien faim. » Elle

l'embrassa tendrement, lui mit dans les bras la botte de fleurs, puis songea enfin à me

présenter, en disant: « C'est mon amoureux ! »

J'embrassai à mon tour la tante qui dit : « Il est gentil... C'est donc un blond !...

- Il a de jolis cheveux fins, dit Sylvie. - Cela ne dure pas, dit la tante; mais vous avez

du temps devant vous, et toi qui es brune, cela t'assortit bien. - Il faut le faire déjeuner,

la tante, dit Sylvie. » Et elle alla cherchant dans les armoires, dans la huche, trouvant

du lait, du pain bis, du sucre, étalant sans trop de soin sur la table les assiettes et les

plats de faïence émaillés de larges fleurs et de coqs au vif plumage. Une jatte en

porcelaine de Creil, pleine de lait où nageaient les fraises, devint le centre du service,

et après avoir dépouillé le jardin de quelques poignées de cerises et de groseilles, elle

disposa deux vases de fleurs aux deux bouts de la nappe. Mais la tante avait dit ces

belles paroles: « Tout cela, ce n'est que du dessert. Il faut me laisser faire à présent. »

Et elle avait décroché la poêle et jeté un fagot dans la haute cheminée. « Je ne veux pas

que tu touches à cela ! dit-elle à Sylvie, qui voulait l'aider; abîmer tes jolis doigts qui

font de la dentelle plus belle qu'à Chantilly ! tu m'en as donné, et je m'y connais. - Ah!

oui, la tante !... Dites donc, si vous en avez des morceaux de l'ancienne, cela me fera

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des modèles. - Eh bien ! va voir là-haut, dit la tante, il y en a peut-être dans ma

commode. - Donnez moi les clefs, reprit Sylvie. - Bah ! dit la tante, les tiroirs sont

ouverts. - Ce n'est pas vrai, il y en a un qui est toujours fermé. » Et pendant que la

bonne femme nettoyait la poêle après l'avoir passée au feu, Sylvie dénouait des

pendants de sa ceinture une petite clef d'un acier ouvragé qu'elle me fit voir avec

triomphe.

Je la suivis, montant rapidement l'escalier de bois qui conduisait à la chambre. -

O jeunesse, ô vieillesse saintes ! - qui donc eût songé à ternir la pureté d'un premier

amour dans ce sanctuaire des souvenirs fidèles ? Le portrait d'un jeune homme du bon

vieux temps souriait avec ses yeux noirs et sa bouche rose, dans un ovale au cadre

doré, suspendu à la tête du lit rustique. Il portait l'uniforme des gardes-chasse de la

maison de Condé; son attitude à demi martiale, sa figure rose et bienveillante, son

front pur sous ses cheveux poudrés, relevaient ce pastel, médiocre peut-être, des grâces

de la jeunesse et de la simplicité. Quelque artiste modeste invité aux chasses princières

s'était appliqué à le pourtraire de son mieux, ainsi que sa jeune épouse, qu'on voyait

dans un autre médaillon, attrayante, maligne, élancée dans son corsage ouvert à

échelle de rubans, agaçant de sa mine retroussée un oiseau posé sur son doigt. C'était

pourtant la même bonne vieille qui cuisinait en ce moment, courbée sur le feu de

l'âtre. Cela me fit penser aux fées des Funambules qui cachent, sous leur masque ridé,

un visage attrayant, qu'elles révèlent au dénouement, lorsque apparaît le temple de

l'Amour et son soleil tournant qui rayonne de feux magiques. « O bonne tante,

m'écriai-je, que vous étiez jolie ! - Et moi donc ? » dit Sylvie, qui était parvenue à

ouvrir le fameux tiroir. Elle y avait trouvé une grande robe en taffetas flambé, qui

criait du froissement de ses plis. « Je veux essayer si cela m'ira, dit-elle. Ah ! je vais

avoir l'air d'une vieille fée ! »

« La fée des légendes éternellement jeune !... »dis-je en moi-même. - Et déjà

Sylvie avait dégrafé sa robe d'indienne et la laissait tomber à ses pieds. La robe étoffée

de la vieille tante s'ajusta parfaitement sur la taille mince de Sylvie, qui me dit de

l'agrafer. « Oh ! les manches plates, que c'est ridicule ! » dit-elle. Et cependant les

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sabots garnis de dentelles découvraient admirablement ses bras nus, la gorge

s'encadrait dans le pur corsage aux tulles jaunis, aux rubans passés, qui n'avait serré

que bien peu les charmes évanouis de la tante. « Mais finissez-en ! Vous ne savez donc

pas agrafer une robe ? » me disait Sylvie. Elle avait l'air de l'accordée de village de

Greuze. « Il faudrait de la poudre, dis-je. - Nous allons en trouver. » Elle fureta de

nouveau dans les tiroirs. Oh ! que de richesses ! que cela sentait bon, comme cela

brillait, comme cela chatoyait de vives couleurs et de modeste clinquant ! deux

éventails de nacre un peu cassés, des boîtes de pâte à sujets chinois, un collier d'ambre

et mille fanfreluches, parmi lesquelles éclataient deux petits souliers de droguet blanc

avec des boucles incrustées de diamants d'Irlande ! « Oh ! je veux les mettre, dit

Sylvie, si je trouve les bas brodés ! »

Un instant après, nous déroulions des bas de soie rose tendre à coins verts;

mais la voix de la tante, accompagnée du frémissement de la poêle, nous rappela

soudain à la réalité. « Descendez vite ! » dit Sylvie, et quoi que je pusse dire, elle ne

me permit pas de l'aider à se chausser. Cependant la tante venait de verser dans un

plat le contenu de la poêle, une tranche de lard frite avec des oeufs. La voix de Sylvie

me rappela bientôt. « Habillez-vous vite ! » dit-elle, et entièrement vêtue elle-même,

elle me montra les habits de noces du garde-chasse réunis sur la commode. En un

instant, je me transformai en marié de l'autre siècle. Sylvie m'attendait sur l'escalier,

et nous descendîmes tous deux en nous tenant par la main. La tante poussa un cri en

se retournant: « O mes enfants ! » dit-elle, et elle se mit à pleurer, puis sourit à travers

ses larmes. - C'était l'image de sa jeunesse, - cruelle et charmante apparition ! Nous

nous assîmes auprès d'elle, attendris et presque graves, puis la gaieté nous revint

bientôt, car, le premier moment passé, la bonne vieille ne songea plus qu'à se rappeler

les fêtes pompeuses de sa noce. Elle retrouva même dans sa mémoire les chants

alternés, d'usage alors, qui se répondaient d'un bout à l'autre de la table nuptiale, et le

naïf épithalame qui accompagnait les mariés rentrant après la danse. Nous répétions

ces strophes si simplement rythmées, avec les hiatus et les assonances du temps;

amoureuses et fleuries comme le cantique de l'Ecclésiaste; - nous étions l'époux et

l'épouse pour tout un beau matin d'été.

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VII - CHAALIS

Il est quatre heures du matin; la route plonge dans un pli de terrain; elle

remonte. La voiture va passer à Orry, puis à La Chapelle. A gauche, il y a une route

qui longe le bois d'Hallate. C'est par là qu'un soir le frère de Sylvie m'a conduit dans

sa carriole à une solennité du pays. C'était, je crois, le soir de la Saint-Barthélemy. A

travers les bois, par des routes peu frayées, son petit cheval volait comme au sabbat.

Nous rattrapâmes le pavé à Mont-l'Evêque, et quelques minutes plus tard nous nous

arrêtions à la maison du garde, à l'ancienne abbaye de Châalis. - Châalis, encore un

souvenir !

Cette vieille retraite des empereurs n'offre plus à l'admiration que les ruines de

son cloître aux arcades byzantines, dont la dernière rangée se découpe encore sur les

étangs, - reste oublié des fondations pieuses comprises parmi ces domaines qu'on

appelait autrefois les métairies de Charlemagne. La religion, dans ce pays isolé du

mouvement des routes et des villes, a conservé des traces particulières du long séjour

qu'y ont fait les cardinaux de la maison d'Este à l'époque des Médicis : ses attributs et

ses usages ont encore quelque chose de galant et de poétique, et l'on respire un parfum

de la Renaissance sous les arcs des chapelles à fines nervures, décorées par les artistes

de l'Italie. Les figures des saints et des anges se profilent en rose sur les voûtes peintes

d'un bleu tendre, avec des airs d'allégorie païenne qui font songer aux sentimentalités

de Pétrarque et au mysticisme fabuleux de Francesco Colonna.

Nous étions des intrus, le frère de Sylvie et moi, dans la fête particulière qui

avait lieu cette nuit-là. Une personne de très illustre naissance, qui possédait alors ce

domaine, avait eu l'idée d'inviter quelques familles du pays à une sorte de

représentation allégorique où devaient figurer quelques pensionnaires d'un couvent

voisin. Ce n'était pas une réminiscence des tragédies de Saint-Cyr, cela remontait aux

premiers essais lyriques importés en France du temps des Valois. Ce que je vis jouer

était comme un mystère des anciens temps. Les costumes, composés de longues robes,

n'étaient variés que par les couleurs de l'azur, de l'hyacinthe ou de l'aurore. La scène se

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passait entre les anges, sur les débris du monde détruit. Chaque voix chantait une des

splendeurs de ce globe éteint, et l'ange de la mort définissait les causes de sa

destruction. Un esprit montait de l'abîme, tenant en main l'épée flamboyante, et

convoquait les autres à venir admirer la gloire du Christ vainqueur des enfers. Cet

esprit, c'était Adrienne transfigurée par son costume, comme elle l'était déjà par sa

vocation. Le nimbe de carton doré qui ceignait sa tête angélique nous paraissait bien

naturellement un cercle de lumière; sa voix avait gagné en force et en étendue, et les

fioritures infinies du chant italien brodaient de leurs gazouillements d'oiseau les

phrases sévères d'un récitatif pompeux.

En me retraçant ces détails, j'en suis à me demander s'ils sont réels, ou bien si

je les ai rêvés. Le frère de Sylvie était un peu gris ce soir-là. Nous nous étions arrêtés

quelques instants dans la maison du garde, - où, ce qui m'a frappé beaucoup, il y avait

un cygne éployé sur la porte, puis au dedans de hautes armoires en noyer sculpté, une

horloge dans sa gaine, et des trophées d'arcs et de flèches d'honneur au-dessus d'une

carte de tir rouge et verte. Un nain bizarre, coiffé d'un bonnet chinois, tenant d'une

main une bouteille et de l'autre une bague, semblait inviter les tireurs à viser juste. Ce

nain, je le crois bien, était en tôle découpée. Mais l'apparition d'Adrienne est-elle aussi

vraie que ces détails et que l'existence incontestable de l'abbaye de Châalis ? Pourtant

c'est bien le fils du garde qui nous avait introduits dans la salle où avait lieu la

représentation; nous étions près de la porte, derrière une nombreuse compagnie assise

et gravement émue. C'était le jour de la Saint-Barthélemy, - singulièrement lié au

souvenir des Médicis, dont les armes accolées à celles de la maison d'Este décoraient

ces vieilles murailles... Ce souvenir est une obsession peut-être ! - Heureusement voici

la voiture qui s'arrête sur la route du Plessis; j'échappe au monde des rêveries, et je n'ai

plus qu'un quart d'heure de marche pour gagner Loisy par des routes bien peu frayées.

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VIII – LE BAL DE LOISY

Je suis entré au bal de Loisy à cette heure mélancolique et douce encore où les

lumières pâlissent et tremblent aux approches du jour. Les tilleuls, assombris par en

bas, prenaient à leurs cimes une teinte bleuâtre. La flûte champêtre ne luttait plus si

vivement avec les trilles du rossignol. Tout le monde était pâle, et dans les groupes

dégarnis j'eus peine à rencontrer des figures connues. Enfin j'aperçus la grande Lise,

une amie de Sylvie. Elle m'embrassa. « Il y a longtemps qu'on ne t'a vu, Parisien ! ditelle.

- Oh ! oui, longtemps. - Et tu arrives à cette heure-ci ? - Par la poste. - Et pas trop

vite ! - Je voulais voir Sylvie; est-elle encore au bal ? - Elle ne sort qu'au matin; elle

aime tant à danser. »

En un instant, j'étais à ses côtés. Sa figure était fatiguée; cependant son oeil noir

brillait toujours du sourire athénien d'autrefois. Un jeune homme se tenait près d'elle.

Elle lui fit signe qu'elle renonçait à la contredanse suivante. Il se retira en saluant.

Le jour commençait à se faire. Nous sortîmes du bal, nous tenant par la main.

Les fleurs de la chevelure de Sylvie se penchaient dans ses cheveux dénoués; le

bouquet de son corsage s'effeuillait aussi sur les dentelles fripées, savant ouvrage de sa

main. - Je lui offris de l'accompagner chez elle. Il faisait grand jour, mais le temps était

sombre. La Thève bruissait à notre gauche, laissant à ses coudes des remous d'eau

stagnante où s'épanouissaient les nénuphars jaunes et blancs, où éclatait comme des

pâquerettes la frêle broderie des étoiles d'eau. Les plaines étaient couvertes de javelles

et de meules de foin, dont l'odeur me portait à la tête sans m'enivrer, comme faisait

autrefois la fraîche senteur des bois et des halliers d'épines fleuries.

Nous n'eûmes pas l'idée de les traverser de nouveau. « Sylvie, lui dis-je, vous

ne m'aimez plus ! » Elle soupira. « Mon ami, me dit-elle, il faut se faire une raison; les

choses ne vont pas comme nous voulons dans la vie. Vous m'avez parlé autrefois de la

Nouvelle Héloïse, je l'ai lue, et j'ai frémi en tombant d'abord sur cette phrase: « Toute

jeune fille qui lira ce livre est perdue. » Cependant j'ai passé outre, me fiant sur ma

raison. Vous souvenez-vous du jour où nous avons revêtu les habits de noces de la

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tante ?... Les gravures du livre présentaient aussi les amoureux sous de vieux costumes

du temps passé, de sorte que pour moi vous étiez Saint-Preux, et je me retrouvais dans

Julie. Ah ! que n'êtes-vous revenu alors ! Mais vous étiez, disait-on, en Italie. Vous en

avez vu là de bien plus jolies que moi ! - Aucune, Sylvie, qui ait votre regard et les

traits purs de votre visage. Vous êtes une nymphe antique que vous ignorez.

D'ailleurs, les bois de cette contrée sont aussi beaux que ceux de la campagne romaine.

Il y a là-bas des masses de granit non moins sublimes, et une cascade qui tombe du

haut des rochers comme celle de Terni. - Je n'ai rien vu là-bas que je puisse regretter

ici. - Et à Paris ? dit-elle. - A Paris... »

Je secouai la tête sans répondre.

Tout à coup je pensai à l'image vaine qui m'avait égaré si longtemps.

- Sylvie, dis-je, arrêtons-nous ici, le voulez-vous ?

Je me jetai à ses pieds; je confessai en pleurant à chaudes larmes mes

irrésolutions, mes caprices; j'évoquai le spectre funeste qui traversait ma vie.

- Sauvez-moi ! ajoutai-je, je reviens à vous pour toujours.

Elle tourna vers moi ses regards attendris...

En ce moment, notre entretien fut interrompu par de violents éclats de rire.

C'était le frère de Sylvie qui nous rejoignait avec cette bonne gaieté rustique, suite

obligée d'une nuit de fête, que des rafraîchissements nombreux avaient développée

outre mesure. Il appelait le galon du bal, perdu au loin dans les buissons d'épines et qui

ne tarda pas à nous rejoindre. Ce garçon n'était guère plus solide sur ses pieds que son

compagnon, il paraissait plus embarrassé encore de la présence d'un Parisien que celle

de Sylvie. Sa figure candide, sa déférence mêlée d'embarras m'empêchaient de lui en

vouloir d'avoir été le danseur pour lequel on était resté si tard à la fête. Je le jugeais

peu dangereux.

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- Il faut rentrer à la maison, dit Sylvie à son frère. A tantôt ! me dit-elle en me

tendant la joue.

L'amoureux ne s'offensa pas.

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IX - ERMENONVILLE

Je n'avais nulle envie de dormir. J'allai à Montagny pour revoir la maison de

mon oncle. Une grande tristesse me gagna dès que j'en entrevis la façade jaune et les

contrevents verts. Tout semblait dans le même état qu'autrefois; seulement il fallut

aller chez le fermier pour avoir la clef de la porte. Une fois les volets ouverts, je revis

avec attendrissement les vieux meubles conservés dans le même état et qu'on frottait

de temps en temps, la haute armoire de noyer, deux tableaux flamands qu'on disait

l'ouvrage d'un ancien peintre, notre aïeul; de grandes estampes d'après Boucher, et

toute une série encadrée de gravures de l'Emile et de la Nouvelle Héloïse, par Moreau;

sur la table, un chien empaillé que j'avais connu vivant, ancien compagnon de mes

courses dans les bois, le dernier carlin peut-être, car il appartenait à cette race perdue.

- Quant au perroquet, me dit le fermier, il vit toujours; je l'ai retiré chez moi.

Le jardin présentait un magnifique tableau de végétation sauvage. J'y reconnus,

dans un angle, un jardin d'enfant que j'avais tracé jadis. J'entrai tout frémissant dans le

cabinet, où se voyait encore la petite bibliothèque pleine de livres choisis, vieux amis

de celui qui n'était plus, et sur le bureau quelques débris antiques trouvés dans son

jardin, des vases, des médailles romaines, collection locale qui le rendait heureux.

- Allons voir le perroquet, dis-je au fermier. - Le perroquet demandait à

déjeuner comme en ses plus beaux jours, et me regarda de cet oeil rond, bordé d'une

peau chargée de rides, qui fait penser au regard expérimenté des vieillards.

Plein des idées tristes qu'amenait ce retour tardif en des lieux si aimés, je sentis

le besoin de revoir Sylvie, seule figure vivante et jeune encore qui me rattachât à ce

pays. Je repris la route de Loisy. C'était au milieu du jour; tout le monde dormait,

fatigué de la fête. Il me vint l'idée de me distraire par une promenade à Ermenonville,

distant d'une lieue par le chemin de la forêt. C'était par un beau temps d'été. Je pris

plaisir d'abord à la fraîcheur de cette route qui semble l'allée d'un parc. Les grands

chênes d'un vert uniforme n'étaient variés que par les troncs blancs des bouleaux au

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feuillage frissonnant. Les oiseaux se taisaient, et j'entendais seulement le bruit que fait

le pivert en frappant les arbres pour y creuser son nid. Un instant, je risquai de me

perdre, car les poteaux dont les palettes annoncent diverses routes n'offrent plus, par

endroits, que des caractères effacés. Enfin, laissant le Désert à gauche, j'arrivai au

rond-point de la danse, où subsiste encore le banc des vieillards. Tous les souvenirs de

l'antiquité philosophique, ressuscités par l'ancien possesseur du domaine, me

revenaient en foule devant cette réalisation pittoresque de l'Anacharsis et de l'Emile.

Lorsque je vis briller les eaux du lac à travers les branches des saules et des

coudriers, je reconnus tout à fait un lieu où mon oncle, dans ses promenades, m'avait

conduit bien des fois : c'est le Temple de la philosophie, que son fondateur n'a pas eu le

bonheur de terminer. Il a la forme du temple de la sibylle Tiburtine, et, debout encore,

sous l'abri d'un bouquet de pins, il étale tous ces grands noms de la pensée qui

commencent par Montaigne et Descartes, et qui s'arrêtent à Rousseau. Cet édifice

inachevé n'est déjà plus qu'une ruine, le lierre le festonne avec grâce, la ronce envahit

les marches disjointes. Là, tout enfant, j'ai vu des fêtes où les jeunes filles vêtues de

blanc venaient recevoir des prix d'étude et de sagesse. Où sont les buissons de roses

qui entouraient la colline ? L'églantier et le framboisier en cachent les derniers plants,

qui retournent à l'état sauvage. - Quant aux lauriers, les a-t-on coupés, comme le dit la

chanson des jeunes filles qui ne veulent plus aller au bois ? Non, ces arbustes de la

douce Italie ont péri sous notre ciel brumeux. Heureusement le troène de Virgile

fleurit encore, comme pour appuyer la parole du maître inscrite au-dessus de la porte:

Rerum cognoscere causas ! - Oui, ce temple tombe comme tant d'autres, les hommes

oublieux ou fatigués se détourneront de ses abords, la nature indifférente reprendra le

terrain que l'art lui disputait; mais la soif de connaître restera éternelle, mobile de

toute force et de toute activité !

Voici les peupliers de l'île, et la tombe, vide de ses cendres. O sage ! tu nous

avais donné le lait des forts, et nous étions trop faibles pour qu'il pût nous profiter.

Nous avons oublié tes leçons que savaient nos pères, et nous avons perdu le sens de ta

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parole, dernier écho des sagesses antiques. Pourtant ne désespérons pas, et, comme tu

fis à ton suprême instant, tournons nos yeux vers le soleil !

J'ai revu le château, les eaux paisibles qui le bordent, la cascade qui gémit dans

les roches, et cette chaussée réunissant les deux parties du village, dont quatre

colombiers marquent les angles, la pelouse qui s'étend au delà comme une savane,

dominée par des coteaux ombreux; la tour de Gabrielle se reflète de loin sur les eaux

d'un lac factice étoilé de fleurs éphémères; l'écume bouillonne, l'insecte bruit... Il faut

échapper à l'air perfide qui s'exhale en gagnant les grès poudreux du désert et les

landes où la bruyère rose relève le vert des fougères. Que tout cela est solitaire et

triste! Le regard enchanté de Sylvie, ses courses folles, ses cris joyeux, donnaient

autrefois tant de charme aux lieux que je viens de parcourir ! C'était encore une enfant

sauvage, ses pieds étaient nus, sa peau hâlée, malgré son chapeau de paille, dont le

large ruban flottait pêle-mêle avec ses tresses de cheveux noirs. Nous allions boire du

lait à la ferme suisse, et l'on me disait: « Qu'elle est jolie, ton amoureuse, petit

Parisien!» Oh ! ce n'est pas alors qu'un paysan aurait dansé avec elle ! Elle ne dansait

qu'avec moi, une fois par an, à la fête de l'arc.

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X – LE GRAND FRISÉ

J'ai repris le chemin de Loisy; tout le monde était réveillé. Sylvie avait une

toilette de demoiselle, presque dans le goût de la ville. Elle me fit monter à sa chambre

avec toute l'ingénuité d'autrefois. Son oeil étincelait toujours dans un sourire plein de

charme, mais l'arc prononcé de ses sourcils lui donnait par instants un air sérieux. La

chambre était décorée avec simplicité, pourtant les meubles étaient modernes, une

glace à bordure dorée avait remplacé l'antique trumeau, où se voyait un berger d'idylle

offrant un nid à une bergère bleue et rose. Le lit à colonnes chastement drapé de vieille

perse à ramage était remplacé par une couchette de noyer garnie du rideau à flèche; à

la fenêtre, dans la cage où jadis étaient les fauvettes, il y avait des canaris. J'étais

pressé de sortir de cette chambre où je ne trouvais rien du passé. « Vous ne

travaillerez point à votre dentelle aujourd'hui ?... dis-je à Sylvie. - Oh ! je ne fais plus

de dentelle, on n'en demande plus dans le pays; même à Chantilly, la fabrique est

fermée. - Que faites-vous donc ? » Elle alla chercher dans un coin de la chambre un

instrument en fer qui ressemblait à une longue pince. « Qu'est-ce que c'est que cela ? -

C'est ce qu'on appelle la mécanique; c'est pour maintenir la peau des gants afin de les

coudre. - Ah ! vous êtes gantière, Sylvie ? - Oui, nous travaillons ici pour Dammartin,

cela donne beaucoup dans ce moment; mais je ne fais rien aujourd'hui; allons où vous

voudrez. » Je tournais les yeux vers la route d'Othys: elle secoua la tête; je compris que

la vieille tante n'existait plus. Sylvie appela un petit garçon et lui fit seller un âne. « Je

suis encore fatiguée d'hier, dit elle, mais la promenade me fera du bien; allons à

Châalis. » Et nous voilà traversant la forêt, suivis du petit garçon armé d'une branche.

Bientôt Sylvie voulut s'arrêter; et je l'embrassai en l'engageant à s'asseoir. La

conversation entre nous ne pouvait plus être bien intime. Il fallut lui raconter ma vie à

Paris, mes voyages... « Comment peut-on aller si loin ? dit-elle. - Je m'en étonne en

vous revoyant. - Oh ! cela se dit ! - Et convenez que vous étiez moins jolie autrefois. -

Je n'en sais rien. - Vous souvenez-vous du temps où nous étions enfants et vous la

plus grande ? - Et vous le plus sage ! - Oh ! Sylvie ! - On nous mettait sur l'âne chacun

dans un panier. - Et nous ne nous disions pas vous... Te rappelles-tu que tu

m'apprenais à pêcher des écrevisses sous les ponts de la Thève et de la Nonette ? - Et

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toi, te souviens-tu de ton frère de lait qui t'a un jour retiré de l'ieau. - Le grand frisé !

c'est lui qui m'avait dit qu'on pouvait la passer... l'ieau ! »

Je me hâtai de changer la conversation. Ce souvenir m'avait vivement rappelé

l'époque où je venais dans le pays, vêtu d'un petit habit à l'anglaise qui faisait rire les

paysans. Sylvie seule me trouvait bien mis; mais je n'osais lui rappeler cette opinion

d'un temps si ancien. Je ne sais pourquoi ma pensée se porta sur les habits de noces

que nous avions revêtus chez la vieille tante à Othys. Je demandai ce qu'ils étaient

devenus. « Ah ! la bonne tante, dit Sylvie, elle m'avait prêté sa robe pour aller danser

au carnaval de Dammartin, il y a de cela deux ans. L'année d'après, elle est morte, la

pauvre tante ! »

Elle soupirait et pleurait si bien que je ne pus lui demander par quelle

circonstance elle était allée à un bal masqué; mais, grâce à ses talents d'ouvrière, je

comprenais assez que Sylvie n'était plus une paysanne. Ses parents seuls étaient restés

dans leur condition, et elle vivait au milieu d'eux comme une fée industrieuse,

répandant l'abondance autour d'elle.

29

XI - RETOUR

La vue se découvrait au sortir du bois. Nous étions arrivés au bord des

étangs de Châalis. Les galeries du cloître, la chapelle aux ogives élancées, la tour

féodale et le petit château qui abrita les amours de Henri IV et de Gabrielle se

teignaient des rougeurs du soir sur le vert sombre de la forêt . « C'est un paysage de

Walter Scott, n'est-ce pas ? disait Sylvie. - Et qui vous a parlé de Walter Scott ? lui dis

je. Vous avez donc bien lu depuis trois ans !... Moi, je tâche d'oublier les livres, et ce

qui me charme, c'est de revoir avec vous cette vieille abbaye, où, tout petits enfants,

nous nous cachions dans les ruines. Vous souvenez-vous, Sylvie, de la peur que vous

aviez quand le gardien nous racontait l'histoire des moines rouges ? - Oh ! ne m'en

parlez pas. - Alors chantez-moi la chanson de la belle fille enlevée au jardin de son

père, sous le rosier blanc. - On ne chante plus cela. - Seriez-vous devenue musicienne ?

- Un peu. - Sylvie, Sylvie, je suis sûr que vous chantez des airs d'opéra ! - Pourquoi

vous plaindre ? - Parce que j'aimais les vieux airs, et que vous ne saurez plus les

chanter. »

Sylvie modula quelques sons d'un grand air d'opéra moderne... Elle phrasait !

Nous avions tourné les étangs voisins. Voici la verte pelouse, entourée de

tilleuls et d'ormeaux, où nous avons dansé souvent ! J'eus l'amour-propre de définir les

vieux murs carlovingiens et de déchiffrer les armoiries de la maison d'Este. « Et vous !

comme vous avez lu plus que moi ! dit Sylvie. Vous êtes donc un savant ? »

J'étais piqué de son ton de reproche. J'avais jusque-là cherché l'endroit

convenable pour renouveler le moment avec l'expansion du matin; mais que lui dire

avec l'accompagnement d'un âne et d'un petit garçon très éveillé, qui prenait plaisir à

se rapprocher toujours pour entendre parler un Parisien ? Alors j'eus le malheur de

raconter l'apparition de Châalis, restée dans mes souvenirs. Je menai Sylvie dans la

salle même du château où j'avais entendu chanter Adrienne. « Oh ! Que je vous

entende ! lui dis-je; que votre voix chérie résonne sous ces voûtes et en chasse l'esprit

30

qui me tourmente, fût-il divin ou bien fatal ! » Elle répéta les paroles et les chants

après moi:

Anges, descendez promptement

Au fond du purgatoire !...

- C'est bien triste ! me dit-elle.

- C'est sublime... Je crois que c'est du Porpora, avec des vers traduits au XVIe

siècle.

- Je ne sais pas, répondit Sylvie.

Nous sommes revenus par la vallée, en suivant le chemin de Charlepont, que

les paysans, peu étymologistes de leur nature, s'obstinent à appeler Châllepont. Sylvie,

fatiguée de l'âne, s'appuyait sur mon bras. La route était déserte; j'essayai de parler des

choses que j'avais dans le coeur, mais, je ne sais pourquoi, je ne trouvais que des

expressions vulgaires, ou bien tout à coup quelque phrase pompeuse de roman, - que

Sylvie pouvait avoir lue. Je m'arrêtais alors avec un goût tout classique, et elle

s'étonnait parfois de ces effusions interrompues. Arrivés aux murs de Saint-S..., il

fallait prendre garde à notre marche. On traverse des prairies humides où serpentent

les ruisseaux. - Qu'est devenue la religieuse ? dis-je tout à coup.

- Ah ! vous êtes terrible avec votre religieuse... Eh bien !... eh bien ! cela a mal

tourné.

Sylvie ne voulut pas m'en dire un mot de plus.

Les femmes sentent-elles vraiment que telle ou telle parole passe sur les lèvres

sans sortir du coeur ? On ne le croirait pas, à les voir si facilement abusées, à se rendre

compte des choix qu'elles font le plus souvent : il y a des hommes qui jouent si bien la

comédie de l'amour ! Je n'ai jamais pu m'y faire, quoique sachant que certaines

acceptent sciemment d'être trompées. D'ailleurs un amour qui remonte à l'enfance est

quelque chose de sacré... Sylvie, que j'avais vue grandir, était pour moi comme une

soeur. Je ne pouvais tenter une séduction... Une tout autre idée vint traverser mon

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esprit. - A cette heure-ci, me dis-je, je serais au théâtre... Qu'est-ce qu'Aurélie (c'était

le nom de l'actrice) doit donc jouer ce soir ? Évidemment le rôle de la princesse dans le

drame nouveau. Oh ! le troisième acte, qu'elle y est touchante !... Et dans la scène

d'amour du second ! avec ce jeune premier tout ridé...

- Vous êtes dans vos réflexions ? dit Sylvie, et elle se mit à chanter:

À Dammartin l'y a trois belles filles:

L'y en a z'une plus belle que le jour...

- Ah ! méchante ! m'écriai-je, vous voyez bien que vous en savez encore des

vieilles chansons.

- Si vous veniez plus souvent ici, j'en retrouverais, dit-elle, mais il faut songer

au solide. Vous avez vos affaires de Paris, j'ai mon travail; ne rentrons pas trop tard: il

faut que demain je sois levée avec le soleil.

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XII – LE PÈRE DODU

J'allais répondre, j'allais tomber à ses pieds, j'allais offrir la maison de mon

oncle, qu'il m'était possible encore de racheter, car nous étions plusieurs héritiers, et

cette petite propriété était restée indivise; mais en ce moment nous arrivions à Loisy.

On nous attendait pour souper. La soupe à l'oignon répandait au loin son parfum

patriarcal. Il y avait des voisins invités pour ce lendemain de fête. Je reconnus tout de

suite un vieux bûcheron, le père Dodu, qui racontait jadis aux veillées des histoires si

comiques ou si terribles. Tour à tour berger, messager, pêcheur, braconnier même, le

père Dodu fabriquait à ses moments perdus des coucous et des tournebroches. Pendant

longtemps il s'était consacré à promener les Anglais dans Ermenonville, en les

conduisant aux lieux de méditation de Rousseau et en leur racontant ses derniers

moments. C'était lui qui avait été le petit garçon que le philosophe employait à classer

ses herbes, et à qui il donna l'ordre de cueillir les ciguës dont il exprima le suc dans sa

tasse de café au lait. L'aubergiste de la Croix d'Or lui contestait ce détail; de là des

haines prolongées. On avait longtemps reproché au père Dodu la possession de

quelques secrets bien innocents, comme de guérir les vaches avec un verset dit à

rebours et le signe de croix figuré du pied gauche, mais il avait de bonne heure renoncé

à ces superstitions, - grâce au souvenir, disait-il, des conversations de Jean-Jacques.

- Te voilà ! petit Parisien, me dit le père Dodu. Tu viens pour débaucher nos

filles ? - Moi , père Dodu ? - Tu les emmènes dans les bois pendant que le loup n'y est

pas ? - Père Dodu, c'est vous qui êtes le loup. - Je l'ai été tant que j'ai trouvé des brebis;

à présent je ne rencontre plus que des chèvres, et qu'elles savent bien se défendre !

Mais vous autres, vous êtes des malins à Paris. Jean-Jacques avait bien raison de dire :

« L'homme se corrompt dans l'air empoisonné des villes. » - Père Dodu, vous savez

trop bien que l'homme se corrompt partout.

Le père Dodu se mit à entonner un air à boire; on voulut en vain l'arrêter à un

certain couplet scabreux que tout le monde savait par coeur. Sylvie ne voulut pas

chanter, malgré nos prières, disant qu'on ne chantait plus à table. J'avais remarqué déjà

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que l'amoureux de la veille était assis à sa gauche. Il y avait je ne sais quoi dans sa

figure ronde, dans ses cheveux ébouriffés, qui ne m'était pas inconnu. Il se leva et vint

derrière ma chaise en disant : « Tu ne me reconnais donc pas, Parisien ? » Une bonne

femme, qui venait de rentrer au dessert, après nous avoir servis, me dit à l'oreille:

«Vous ne reconnaissez pas votre frère de lait ? » Sans cet avertissement, j'allais être

ridicule. « Ah ! c'est toi, grand frisé ! dis-je, c'est toi, le même qui m'a retiré de l'ieau ! »

Sylvie riait aux éclats de cette reconnaissance. « Sans compter, disait ce garçon en

m'embrassant, que tu avais une belle montre en argent, et qu'en revenant tu étais bien

plus inquiet de ta montre que de toi-même, parce qu'elle ne marchait plus; tu disais :

«La bête est nayée, ça ne fait plus tic tac; qu'est-ce que mon oncle va dire ?... »

- Une bête dans une montre ! dit le père Dodu, voilà ce qu'on leur fait croire à

Paris, aux enfants !

Sylvie avait sommeil, je jugeai que j'étais perdu dans son esprit. Elle remonta à

sa chambre, et pendant que je l'embrassais, elle dit : « À demain, venez nous voir ! »

Le père Dodu était resté à table avec Sylvain et mon frère de lait; nous

causâmes longtemps autour d'un flacon de ratafiat de Louvres. « Les hommes sont

égaux, dit le père Dodu entre deux couplets, je bois avec un pâtissier comme je ferais

avec un prince. - Où est le pâtissier ? dis-je. - Regarde à côté de toi ! un jeune homme

qui a l'ambition de s'établir. »

Mon frère de lait parut embarrassé, J'avais tout compris. - C'est une fatalité qui

m'était réservée d'avoir un frère de lait dans un pays illustré par Rousseau, - qui

voulait supprimer les nourrices ! - Le père Dodu m'apprit qu'il était fort question du

mariage de Sylvie avec le grand frisé, qui voulait aller former un établissement de

pâtisserie à Dammartin. Je n'en demandai pas plus. La voiture de Nanteuil-le-

Haudoin me ramena le lendemain à Paris.

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XIII - AURÉLIE

À Paris ! - La voiture met cinq heures. Je n'étais pressé que d'arriver pour le

soir. Vers huit heures, j'étais assis dans ma stalle accoutumée; Aurélie répandit son

inspiration et son charme sur des vers faiblement inspirés de Schiller, que l'on devait à

un talent de l'époque. Dans la scène du jardin, elle devint sublime. Pendant le

quatrième acte où elle ne paraissait pas, j'allai acheter un bouquet chez madame

Prévost. J'y insérai une lettre fort tendre signée : Un inconnu. Je me dis: « Voilà

quelque chose de fixé pour l'avenir », - et le lendemain j'étais à sur la route

d'Allemagne.

Qu'allais-je faire ? Essayer de remettre de l'ordre dans mes sentiments. - Si

j'écrivais un roman, jamais je ne pourrais faire accepter l'histoire d'un coeur épris de

deux amours simultanés. Sylvie m'échappait par ma faute; mais la revoir un jour avait

suffi pour relever mon âme : je la plaçais désormais comme une statue souriante dans

le temple de la Sagesse. Son regard m'avait arrêté au bord de l'abîme. - Je repoussais

avec plus de force encore l'idée d'aller me présenter à Aurélie, pour lutter un instant

avec tant d'amoureux vulgaires qui brillaient un instant près d'elle et retombaient

brisés. - Nous verrons quelque jour, me dis-je, si cette femme a un coeur.

Un matin, je lus dans un journal qu'Aurélie était malade. Je lui écrivis des

montagnes de Salzbourg. La lettre était si empreinte de mysticisme germanique, que

je n'en devais pas attendre un grand succès, mais aussi je ne demandais pas de réponse.

Je comptais un peu sur le hasard et sur - l'inconnu.

Des mois se passent. A travers mes courses et mes loisirs, j'avais entrepris de

fixer dans une action poétique les amours du peintre Colonna pour la belle Laura, que

ses parents firent religieuse, et qu'il aima jusqu'à la mort. Quelque chose dans ce sujet

se rapportait à mes préoccupations constantes. Le dernier vers du drame écrit, je ne

songeai qu'à revenir en France.

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Que dire maintenant qui ne soit l'histoire de tant d'autres ? J'ai passé par tous

les cercles de ces lieux d'épreuves qu'on appelle théâtres. « J'ai mangé du tambour et

bu de la cymbale », comme dit la phrase dénuée de sens apparent des initiés d'Eleusis.

- Elle signifie sans doute qu'il faut au besoin passer les bornes du non-sens et de

l'absurdité : la raison pour moi, c'était de conquérir et de fixer mon idéal.

Aurélie avait accepté le rôle principal dans le drame que je rapportais

d'Allemagne. Je n'oublierai jamais le jour où elle me permit de lui lire la pièce. Les

scènes d'amour étaient préparées à son intention. Je crois bien que je les dis avec âme,

mais surtout avec enthousiasme. Dans la conversation qui suivit, je me révélai comme

l'inconnu des deux lettres. Elle me dit : « Vous êtes bien fou; mais revenez me voir... Je

n'ai jamais pu trouver quelqu'un qui sût m'aimer.»

O femme ! tu cherches l'amour... Et moi, donc ?

Les jours suivants, j'écrivis les lettres les plus tendres, les plus belles que sans

doute elle eût jamais reçues. J'en recevais d'elle qui étaient pleines de raison. Un

instant elle fut touchée, m'appela près d'elle, et m'avoua qu'il lui était difficile de

rompre un attachement plus ancien. - Si c'est bien pour moi que vous m'aimez, dit-elle,

vous comprendrez que je ne puis être qu'à un seul.

Deux mois plus tard, le reçus une lettre pleine d'effusion. Je courus chez elle. -

Quelqu'un me donna dans l'intervalle un détail précieux. Le beau jeune homme que

j'avais rencontré une nuit au cercle venait de prendre un engagement dans les spahis.

L'été suivant, il y avait des courses à Chantilly. La troupe du théâtre où jouait

Aurélie donnait là une représentation. Une fois dans le pays, la troupe était pour trois

jours aux ordres du régisseur. - Je m'étais fait l'ami de ce brave homme, ancien

Dorante des comédies de Marivaux, longtemps jeune premier de drame, et dont le

dernier succès avait été le rôle d'amoureux dans la pièce imitée de Schiller, où mon

binocle me l'avait montré si ridé. De près, il paraissait plus jeune, et, resté maigre, il

produisait encore de l'effet dans les provinces. Il avait du feu. J'accompagnais la troupe

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en qualité de seigneur poète; je persuadai au régisseur d'aller donner des représentations

à Senlis et à Dammartin. Il penchait d'abord pour Compiègne; mais Aurélie fut de

mon avis. Le lendemain, pendant que l'on allait traiter avec les propriétaires des salles

et les autorités, je louai des chevaux, et nous prîmes la route des étangs de Commelle

pour aller déjeuner au château de la reine Blanche. Aurélie, en amazone avec ses

cheveux blonds flottants, traversait la forêt comme une reine d'autrefois, et les

paysans s'arrêtaient éblouis. - Madame de F... était la seule qu'ils eussent vue si

imposante et si gracieuse dans ses saluts. - Après le déjeuner, nous descendîmes dans

des villages rappelant ceux de la Suisse, où l'eau de la Nonette fait mouvoir des

scieries. Ces aspects chers à mes souvenirs l'intéressaient sans l'arrêter. J'avais projeté

de conduire Aurélie au château, près d'Orry, sur la même place verte où pour la

première fois j'avais vu Adrienne. - Nulle émotion ne parut en elle. Alors je lui

racontai tout; je lui dis la source de cet amour entrevu dans les nuits, rêve plus tard,

réalisé en elle. Elle m'écoutait sérieusement et me dit : - Vous ne m'aimez pas ! Vous

attendez que je vous dise: La comédienne est la même que la religieuse; vous cherchez

un drame, voilà tout, et le dénouement vous échappe. Allez, je ne vous crois plus !

Cette parole fut un éclair. Ces enthousiasmes bizarres que j'avais ressentis si

longtemps, ces rêves, ces pleurs, ces désespoirs et ces tendresses... ce n'était donc pas

l'amour ? Mais où donc est-il ?

Aurélie joua le soir à Senlis. Je crus m'apercevoir qu'elle avait un faible pour le

régisseur, - le jeune premier ridé. Cet homme était d'un caractère excellent et lui avait

rendu des services.

Aurélie m'a dit un jour : - Celui qui m'aime, le voilà !

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XIV – DERNIER FEUILLET

Telles sont les chimères qui charment et égarent au matin de la vie. - J'ai

essayé de les fixer sans beaucoup d'ordre, mais bien des coeurs me comprendront. Les

illusions tombent l'une après l'autre, comme les écorces d'un fruit, et le fruit, c'est

l'expérience. Sa saveur est amère; elle a pourtant quelque chose d'âcre qui fortifie, -

qu'on me pardonne ce style vieilli. Rousseau dit que le spectacle de la nature console

de tout. Je cherche parfois à retrouver mes bosquets de Clarens perdus au nord de

Paris, dans les brumes. Tout cela est bien changé !

Ermenonville ! pays où fleurissait encore l'idylle antique, - traduite une

seconde fois d'après Gessner ! tu as perdu ta seule étoile, qui chatoyait pour moi d'un

double éclat. Tour à tour bleue et rose comme l'astre trompeur d'Aldebaran, c'était

Adrienne ou Sylvie, - c'étaient les deux moitiés d'un seul amour. L'une était l'idéal

sublime, l'autre la douce réalité. Que me font maintenant tes ombrages et tes lacs, et

même ton désert ? Othys, Montagny, Loisy, pauvres hameaux voisins, Châalis, - que

l'on restaure, - vous n'avez rien gardé de tout ce passé ! Quelquefois j'ai besoin de

revoir ces lieux de solitude et de rêverie. J'y relève tristement en moi-même les traces

fugitives d'une époque où le naturel était affecté; je souris parfois en lisant sur le flanc

des granits certains vers de Roucher, qui m'avaient paru sublimes, - ou des maximes

de bienfaisance au-dessus d'une fontaine ou d'une grotte consacrée à Pan. Les étangs,

creusés à si grands frais, étalent en vain leur eau morte que le cygne dédaigne. Il n'est

plus, le temps où les chasses de Condé passaient avec leurs amazones fières, où les

cors se répondaient de loin, multipliés par les échos !... Pour se rendre à Ermenonville,

on ne trouve plus aujourd'hui de route directe. Quelquefois j'y vais par Creil et Senlis,

d'autres fois par Dammartin.

À Dammartin, l'on n'arrive jamais que le soir. Je vais coucher alors à l'Image

Saint-Jean. On me donne d'ordinaire une chambre assez propre tendue en vieille

tapisserie avec un trumeau au-dessus de la glace. Cette chambre est un dernier retour

vers le bric-à-brac, auquel j'ai depuis longtemps renoncé. On y dort chaudement sous

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l'édredon, qui est d'usage dans ce pays. Le matin, quand j'ouvre la fenêtre, encadrée de

vigne et de roses, je découvre avec ravissement un horizon vert de dix lieues, où les

peupliers s'alignent comme des armées. Quelques villages s'abritent çà et là sous leurs

clochers aigus, construits, comme on dit là, en pointes d'ossements. On distingue

d'abord Othys, - puis Eve, puis Ver; on distinguerait Ermenonville à travers le bois,

s'il avait un clocher, - mais dans ce lieu philosophique on a bien négligé l'église. Après

avoir rempli mes poumons de l'air si pur qu'on respire sur ces plateaux, je descends

gaiement et je vais faire un tour chez le pâtissier. « Te voilà, grand frisé ! - Te voilà,

petit Parisien ! ». Nous nous donnons les coups de poing amicaux de l'enfance, puis je

gravis un certain escalier ou les joyeux cris de deux enfants accueillent ma venue. Le

sourire athénien de Sylvie illumine ses traits charmés. Je me dis: « Là était le bonheur

peut-être; cependant... »

Je l'appelle quelquefois Lolotte, et elle me trouve un peu de ressemblance avec

Werther, moins les pistolets, qui ne sont plus de mode. Pendant que le grand frisé

s'occupe du déjeuner, nous allons promener les enfants dans les allées de tilleuls qui

ceignent les débris des vieilles tours de brique du château. Tandis que ces petits

s'exercent, au tir des compagnons de l'arc, à ficher dans la paille les flèches paternelles,

nous lisons quelques poésies ou quelques pages de ces livres si courts qu'on ne fait plus

guère.

J'oubliais de dire que le jour où la troupe dont faisait partie Aurélie a donné une

représentation à Dammartin, j'ai conduit Sylvie au spectacle, et le lui ai demandé si

elle ne trouvait pas que l'actrice ressemblait à une personne qu'elle avait connue déjà.

« A qui donc ? - Vous souvenez-vous d'Adrienne ? »

Elle partit d'un grand éclat de rire en disant : « Quelle idée ! » Puis, comme se le

reprochant, elle reprit en soupirant : « Pauvre Adrienne ! Elle est morte au couvent de

Saint-S..., vers 1832. »





Récit numérisé et mis en ligne par Jacques Lemaire pour Poetes.com


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CAT_IMG Posted on 6/12/2008, 18:32Quote
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...è cominciata la calata dei Barbari e in prima fila, immancabili, vi sono coloro che non fanno che criticare ;) lamentandosi ogni volta che si parla della mia città, dicendo che Milano è brutta, invivibile sotto ogni aspetto climatico, sociale e fisico; così sta mattina ho impiegato una vita per acquistare poche cose da portare con me in montagna, ovvero due giorni da passare in sacrosanta pace mentre qui sono ammassati uno sull'altro a caccia di regali.

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CAT_IMG Posted on 16/12/2008, 11:32Quote
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...uhm, ma che sorpresa Agorà Magazine!...hanno indicato un mio post da Metaforum:

Incipit - Metaforum.itBasho - Elogio della quiete ¹ Yusuhara Masaakira (1610-1673), .... leggere un sorprendente dialogo fatto in tre tempi del viaggio, a suon di haiku. ... www.metaforum.it/forum/showthread.php?t=1527 - 109k -

...intanto ho in corso una piccola indagine, siccome il tempo che ho impiegato nel riportare online pezzi dall' Elogio della quiete di Basho, è già stato saccheggiato a sufficienza.

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CAT_IMG Posted on 11/3/2009, 21:43Quote
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CITAZIONE (sarahkerrigan @ 3/12/2008, 11:08)
... Gèrard de Nerval ...

Il sogno, è una seconda vita.

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CAT_IMG Posted on 22/9/2009, 10:03Quote
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Finalmente sono riuscita a collegarmi!

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42 replies since 15/6/2006, 14:45
 
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